Un bacio, chicco di grano che diventa pane

Un bacio, chicco di grano che diventa pane

Caro Amore,
Abbassare le palpebre, per farmi bacio. Grazie a te. E cosa sono questi nuovi, impossibili occhi? Una conchiglia che appoggia la sua guancia alla guancia di terra, laggiù, nella fossa degli oceani, come l’angelo custode di un frutto, come il cigno che strofina le ali d’avorio intorno al suo corpo e si fa uovo. Sotto le palpebre la pupilla raccoglie l’acqua. Nell’acqua siamo vissuti per nove mesi, ma quando possiamo riprovare la brezza e la fornace di un materno calore di vulcano? In questo bacio tra te e me, in te e me, da te e da me, per te e per me, che ci fa scendere in noi stessi per un incontro vissuto, vivente, che vivrà, questa lacrima di felicità che vince, come un chicco di grano che diventa pane.

Le lacrime interiori dei baci sono la salute eterna dei corpi, l’energia che ci colma e mette fine alla fame del mondo. Scorrono a palpebre abbassate, e come sono simili le palpebre alle lingue mute, eppure mai così musica le lingue quando inclinano gli archi e spingono i fiati nel tattile arpeggio di un bacio, mai così poesia le palpebre allattate dalla saliva, come mani di due neonati che sconcertano l’attimo e l’infinito, che scivolano le une sull’altre nella foga di un riconoscimento, il primo riconoscersi nel roseggiare del corpo, come cervi giulivi nel fresco bosco, disciolte le nevi, aperta le ferita delle gemme, parlanti i popoli del volo. Scendono le mie lacrime come lava dentro le guance, sorelle della rugiada delle stelle, e splendono nell’incarnato delle palpebre come lucciole che, raccolte sotto una foglia, ascoltano la pioggia di una notte di luglio, quando il fieno riempie il cosmo intero con l’odore di una sola paglia. Ecco che trovano un luogo in fondo alla bocca, uno spazio che non appartiene alla carne, la grotta dove l’acqua di cui siamo stati all’inizio viene ripescata da noi quale linfa in alberi, profumo in fiori, pepite d’oro in sorgente.

Sono il nettare nel quale si trasforma la vita che succhio dalla tua bocca come un’ape succhia nella bocca di leone, gialla, blu, rossa, bianca, verde. Piangere dentro, perché tutto quanto sta fuori è la squillante vicissitudine dei fati, ma dentro c’è la traccia del primo disegno dei corpi, lucente bava di lumaca, viale di specchi d’argento. La forma primaria di tutte le membra. Nessun viaggio sulla terra può essere paragonato al viaggio di un bacio. Si aprono le ultime strade dei vasi sanguigni, come alberi nuovi che siamo, come se le nuvole potessero diventare i ventagli della luna e il deserto fragrante di fiori. Dal cuore partono e tornano le vie del sangue e il cuore è la spola che sguaina radici dolci, simili a fili di seta, lino, cotone. Il cuore nel bacio è la mano di un perfetto ricamatore, che con aghi intagliati in spine di rose trapassa le nostre acque gemelle e le irrora di sangue, senza fare male. Essere cuciti insieme non è dolore, perché gli aghi di un bacio passano attraverso i nostri corpi d’acqua. Nasciamo, allora? Sì, vieni con me. Nasciamo in questo bacio, ancora, amore mio, nasciamo dalla pianta della vita, tu che in un bacio pianto nella terra maturi nelle messi, messaggere scese dal sigillo di Dio, che sta ricamando di noi la prima parola: Baciami, fammi pane di Te, per non avere più sete e fame, farina e succo, energia e acqua.

Vedi che strade comuni sono diventate le nostre vene e le nostra arterie? Le mie lacrime stanno solcando il loro intreccio, una pianta perfetta disegnata da una matita con la punta d’oro che lascia traccia di luce. Scorrono nel serto di noi che si è fatto strada, come se noi unissimo in questo bacio le radici di una quercia e di un tiglio.

 

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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