Troppi migranti a Milano? Ospitiamoli ad Expo

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«Se questi sono uomini». Primo Levi potrebbe trasformare il titolo del suo celebre memoriale su Auschwitz, se passasse di giorno da via San Gregorio, via Tadino e lungo il terrapieno che costeggia la linea del tram in Porta Venezia, e scorgesse le centinaia di persone definite «migranti». Non possiamo dire di non vederli, non possiamo dire: «Noi non lo sapevamo», perché sono lì davanti a nostri occhi come le vetrine di via Montenapoleone, come i botolini che tutti i giorni portiamo a fare i loro i bisognini. Il loro campo di sterminio è la nostra città: sono discariche umane in pieno centro.

 
Questi uomini, donne, ragazzi, bambini fanno i loro bisogni come i cani, vivono all’aperto, mangiano quello che trovano, ci guardano come se non fossimo loro simili, e per ora stanno fermi proprio come se avessero un guinzaglio che forse si chiama paura, ma che più probabilmente si chiama: tu non sei come me e io non vorrò mai essere come te. Diamo loro, infatti, l’esempio d’essere uomini saldi nei valori che contano? Li guardiamo come se fossero nostri simili? Ma se lì in mezzo ci fosse nostro fratello o nostra sorella, che faremmo? E la notte piangono, quando non sono ascoltati.

 
I ragazzi ventenni hanno la guerra negli occhi. Nelle grandi pupille scure, «disperazione» si unisce a «disprezzo» in una linea rotonda che si chiude in un recinto d’odio, si vede: questa è la vita per questi ragazzi, non ci sono licei, campiscuola, festine o stage in Usa, ma c’è la guerra lasciata nel paese natale, e la guerra qui, che già vedono, e della quale cercano di capire il meccanismo per mettere in pratica una strategia di sopravvivenza. Stanno seduti sul marciapede, in piedi, allineati lungo il muro, quasi volessero entrare a far parte del muro stesso. Sono centinaia, e i poveri abiti in cui sono avvolti fanno pensare a certi film di fantascienza girati dopo una fine del mondo, «Mad Max» ad esempio. Nella loro presenza c’è già scritta la fine del nostro mondo e noi non la leggiamo. E per questo non piangiamo, continuiamo stanchi e monotoni le nostre strade di routine. Fino a quando? Si chiama vergogna, si vergognano, è evidente, ma non si arrendono. Noi non ci vergogniamo di lasciarli sulla strada come mandrie appestate, greggi di pecore nere che non hanno la speranza del figliol prodigo di trovare qui un uomo e una donna che siano «Padre, «Madre». Mentre ci appendiamo ai nostri Iphone, Ipad e Ipod senza saperlo proprio noi ci siamo già arresi: non siamo la razza bianca, ma la bandiera bianca. Se fossimo noi ad andare a casa loro che accadrebbe? Cristo disse una volta: il vostro parlare sia un sì o un no. Le soluzioni sono solo due: la vita o la morte, e questo essi applicherebbero. Rispondiamo con la stessa carta: mandiamo barconi di centinaia e centinaia di uomini, donne, bambini bianchi sulle loro coste, e stiamo a vedere che accadrebbe! Il Mediterraneo ormai è una lacrima di lutto, e quest’estate noi andremmo a Lampedusa a fare il bagno, perché tanto i pesci non piangono.

 
E li lasciamo lì a crescere come funghi, che peró non crescono con le piogge delle nostre lacrime, ma nel secco sopore della nostra indifferenza. Non abbiamo pietà, l’antica pietas romana che vedeva in un altro uomo la dignità che si pretendeva da se stessi, e quindi se un giorno non avranno pietà di noi faranno bene, perché noi siamo gli ipocriti, i sepolcri imbiancati. Non diamo né il Paradiso né l’Inferno ma un Purgatorio, un luogo d’attesa indeterminato, dove pensiamo di accontentarli facendo giocare con i palloncini i loro bambini – questo si vede fare dalle assistenti del Comune – come se il loro senso della vita fosse uguale al nostro. No, non lo è. I loro occhi sono vivi di una vita che non se ne fa nulla dei palloncini, dei poeti palestinesi recitati a palazzo Marino, delle filosofie dell’accoglienza: o hanno una casa, del cibo, un letto, oppure sono perfettamente consapevoli di non avere nulla. L’istinto primordiale è intelligenza pura, non inquinata da bizantinismi da salotto.

 
Si dice che il demonio sia tiepido, né caldo né freddo. Noi siamo tiepidi. Queste donne, piccoli e maschi, o sono freddi, come il muro in cui si vorrebbero nascondere, oppure sono caldi: quando hanno fame, hanno fame e entreranno nelle nostre case. Voi non fareste lo stesso? «Lo Stato ci deve pensare», «il Governo deve prendere una decisione», «i politici trovino una soluzione». Organizziamo un pullman di milanesi, andiamo a Lampedusa e mettiamoci all’opera. Qualsiasi sia la nostra decisione: siamo uniti. Ce la facciamo, noi che ormai vorremmo un politico candidato per ogni condominio, perché inorridiamo se c’è una sfumatura di un’idea sbagliata nel nostro programma? Cinquanta sfumature non bastano neppure più, anzi sono davvero monotone anch’esse.

 
Questi uomini, donne, bambini non vivono di sfumature. Facciamo una cosa saggia: organizziamo dei pullman e portiamoli dentro Expo. Lì ogni giorno viene un governante di un Paese del mondo, lì ora c’è il mondo, e non solo, il tema è: «Sfamare il pianeta». Toh, che coincidenza. Il pianeta della fame è a Milano: Expo lo accolga, invece di twittare universalità in rete. Gli essere umani sono fatti di carne. Basta proclami: fatti chiari e forse otterremmo anche con questi popoli un’amicizia lunga. Cos’è una lacrima? E’ il cibo dell’anima. Expo diventi una lacrima che nutre tutte le anime.

 

Elena Gaiardoni

 
18 giugno 2015
 
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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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