“Stregati” da Milano

"Stregati" da Milano

Nel libro di Paolo Cognetti, «Le otto montagne», volume supervotato tra i cinque finalisti del Premio Strega, Milano compare ancora una volta come una città dormitorio, si diceva una volta, dove non si possono fare sogni belli sotto la luna, e nemmeno sotto il sole, data la bruttezza del paesaggio che di giorno pesa sulle palpebre dei cittadini come un sasso tetro della Ruina dantesca. Non finisce questa tradizione letteraria che dipinge un paesaggio milanese diluito nello squallore di colori avvelenati, malati, morti. Se certe città vengono descritte come la ruota di un pavone, luminiscenti e arcobaleniche, variopinte e salutari per la mente grazie alla loro bellezza, Milano ancora e sempre non merita nulla di più che il sentore grigio di fogna di un topo tra i Navigli immobili.

Vorremmo spezzare questa ingiusta tiritera della metropoli incolore, dal paesaggio straccione, privato dei toni da tinte solari, senza astri, ma sempre caratterizzato da chiazze «astre»:  grigiastre, verdastre, giallastre, appese a un cielo color di stoviglia impolverata, le nubi sporche come se il traffico sputasse in alto il fumo di automobili ingolfate e l’aria fosse impestata da fili di smog più neri e senza nerbo delle alghe degli stagni. Milano non è così.

Milano è a colori, e non parliamo degli strepitosi scenari che i milanesi riescono a disegnare nelle vetrine, come a Parigi, Londra, New York, tanto che solo un genio come Gabriele D’Annunzio poteva vedere un grande magazzino e battezzarlo «Rinascente», ricordando ogni giorno come sette piani, apparentemente di merce, riescano ad essere sette piani di rinascita degli oggetti, segni fisicamente attraenti di non morte cose e piccoli simboli della facoltà dell’uomo di creare intorno al suo corpo la regalità delle forme percepite nello spirito. Non è inutile notare come «Rinascente» richiami il vicino nome del Duomo «A Maria Nascente», senza confondere sacro con profano, e solo a Milano questo si può comprendere.

Milano è a colori nel suo cielo, soprattutto al tramonto. Chi volesse godere dello spettacolo del disco solare che prima di andarsene fa esplodere il suo potere corrusco sopra le chiome degli alberi, si fermi in Cordusio e guardi verso il Castello. Di rado un tramonto è altrettanto rubino, forte, incandescente. Non sono pochi i turisti che ne rimangono estasiati. Allora ci sia Cognetti con la sua Milano ancora da occhio da pesce lesso – notiamo che il pesce a Milano invece è davvero buono – ma ci sia: «Quel cielo di Lombardia, così bello, quando è bello, così splendido, così in pace» scrive Alessandro Manzoni ne «I promessi sposi», dando a Dio quel che è di Dio e all’uomo che vive a Milano quello che è dell’uomo: la gioia di godere di una bellezza che la natura non lesina mai, una bellezza potente ma in pace, anche qui. Una pace che la luna di Milano iscrive unica, quando, piena, fa da aureola, meraviglia in cielo, alla Madonnina, come una ceramica di atomi viventi.

Elena Gaiardoni

photocredits: DXR

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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