Quelle lacrime olimpiche, segno di eroismo che combatte il terrorismo

Quelle lacrime olimpiche, segno di eroismo che combatte il terrorismo

Se dovessimo scegliere un simbolo per raccontare in un solo segno il sentimento collettivo di questo millennio, sceglieremmo una lacrima. Non lo faremmo per raccontare la fragilità, ma il coraggio. Qualcuno potrebbe cinicamente ridere a questo punto, perché se c’è un’espressione che nel concetto odierno di virilità è sinonimo di viltà e di vergogna quella è il pianto. Eppure il più bel volto che incarna lo spirito olimpico è il volto di un uomo e di una donna che piangono per lo sforzo, la gratitudine, l’incredulità della vittoria. Il pianto è grandezza umana, di più, è titanismo del bambino che in noi non finisce mai di mettere alla prova i suoi limiti.

Lacrima: luce della sfida e della potenza del corpo, del fuoco della volontà e della lotta contro il tempo e lo spazio, goccia che dall’occhio cade verso la bocca, come un autoalimento che muscoli, tendini, ossa creano e riassorbono, e  la lacrima solca la guancia in una riga che un dito invisibile incide. Salata, come la vita, come il tripudio di un traguardo. In una lacrima l’antica Olimpia è ancora qui, tra noi, nell’abbraccio di eroi-atleti che come gli eroi della grande epica, da Ulisse, a Achille, a Agamennone, non si vergognano di piangere, perché il pianto anticamente non sminuiva il carattere ardimentoso del vir, ma al contrario lo rafforzava. A chi di noi verrebbe in mente di dire di un atleta che raggiunge il podio: ma non si vergogna di piangere? A nessuno. Come a nessuno verrebbe in mente di dire che gli sconfitti, quelli che sono stati esclusi dai giochi, quelli che erano andati per vincere e si ritrovano ultimi, sono vigliacchi se piangono. In entrambi i casi in noi c’è comprensione: sentiamo il supremo orgoglio dell’essere unici e la sofferente umiliazione di essere messi da parte. Il pianto è il sentimento unanime che fa di un solo uomo l’umanità intera. Le lacrime alle Olimpiadi sono al pari del sorriso il più alto tributo alla felicità e alla rabbia, eguagliano in un unica forza l’uomo e la donna. Sono virilità e femminilità fuse in una sola onda.

Dobbiamo ringraziare le Olimpiadi per insegnarci questo, perché in quell’isola, nel villaggio olimpico di Rio, le lacrime elevate a bellezza, riscattano tutte le lacrime versate in questi anni per le morti falciate da attentati vili, dove i guerrieri non hanno la forza di combattere ad armi pari, ma puniscono con la morte gli innocenti, per vendicarsi della morte che è già dentro loro stessi, guerrieri non come Ulisse, la cui ultima follia era proprio il pianto, guerrieri la cui ultima follia è di succhiare come vermi cadaveri senza lacrime. Le lacrime delle Olimpiadi sono mani coraggiose che prendono tutte le lacrime piante (notiamo che il femminile di pianto è pianta, quindi natura, corpo, vita) per l’umanità colpita, ferita, umiliata da chi non ha umanità, e le elevano sul podio del coraggio di vivere, del coraggio di perdere e di vincere come eroi dal volto antico. Sul braciere di Rio le lacrime degli atleti e quelle delle vittime del terrorismo intonano il canto epico della nostra mediterranea civiltà.

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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