#nobestemmia su Twitter e sui social

#nobestemmia su Twitter e sui social

Dio… e poi? Lo hanno fatto Dante Alighieri e Boccaccio. James Joyce e il marchese De Sade. Dacia Maraini e Oriana Fallaci. Lì, immortalato su carta, hanno scritto il nome di Dio invano affiancato a epiteti animali, come «porco» o «cane». È lecito bestemmiare quando si scrive?

La domanda incombe, perché chi usa i social incappa abbastanza di sovente in una bestemmia. «A Dio piace chi lo sfida». La frase è del grande poeta René Maria Rilke ed è un’ammissione di lacerante potenza, perché, vista la domanda di Gesù sulla Croce, «Padre mio, padre mio, perché mi hai abbandonato?», si può pensare che persino la Croce fu per Dio una sfida tra Lui e il Figlio. Una sfida di epico, eroico amore fino all’ultimo respiro, ultima lacrima, dove, nonostante la sofferenza e il dolore, la bestemmia non ci fu mai. Il dubbio sì, la bestemmia no. Il Figlio apre un varco d’ombra nella sua fede, subito illuminato dalla dolce arrendevolezza, ma rispetta fino al limite del soffio di vita il nome del Padre. Non lo nomina invano.

Ma che tipo di sfida è la bestemmia? Alcuni bestemmiatori di twitter, una volta ripresi, si giustificano dicendo: tanti celebri scrittori hanno usato la bestemmia nelle loro opere letterarie e ci sono persino libri di poesie il cui titolo è una bestemmia. Il divieto di pronunciare il nome di Dio invano è il secondo comandamento, segno che questa abitudine nell’uomo è radicata da tempi molto antichi, un’abitudine che si riconferma nella sua indelebilità, basta ascoltare alcune conversazioni tra i giovani, indice che la bestemmia è una sorta di pulsione insita nell’uomo al pari, si potrebbe dire, del sesso. Bestemmiare infonde evidentemente piacere: se l’uomo lo fa e lo ripete appena può, è chiaro che questa locuzione ingiuriosa nei confronti dell’Essere Più Elevato squarci nell’animo una dimensione così «necessaria», per cui l’uomo pare non poterne fare a meno. Come la parola «mamma», la bestemmia viene pronunciata con un istinto innato e intramontabile ma, a differenza di «mamma», viene detta con voce volgare, irata, crassa e quando viene scritta, parliamo sempre di Twitter, infonde in chi la legge un’indubbia violenza, un senso d’offesa persino personale, perché il nome Dio sta a ognuno di noi non come un nome qualsiasi, sia che si creda o non si creda. Se Dio fosse un nome qualunque non sarebbe pronunciato tanto nel bene quanto nel male, ovvero tanto nella preghiera quanto nella bestemmia. Esattamente è ancora come <mamma>, che è un suono invincibile al di là del suo significato. Un suono, una musica. Non a caso quando si vuole offendere una persona, le si dice: <tua madre…> affiancando in questo caso epiteti non edificanti per la donna. Per il forte connotato emotivo sia sonoro quanto di senso che suscita,  il corrispettivo femminile del nome Dio è <mamma>. E proprio <Dio Mamma>, altra locuzione molto usata, è l’unica espressione che non suona come una bestemmia. Pare non contenere quel seme di violenza, che violenta in noi una parte del corpo che contiene il nome di Dio, oppure che dal nome di Dio è contenuta. Rispetto alla parola, a ogni parola, è arduo stabilire se ci comprenda da fuori o se viene da dentro, questo è un altro sublime fascino del linguaggio.

Anche la violenza sessuale per molti potrebbe essere una forma d’amore, ma non si può escludere il fatto che questo tipo di pervertito «piacere» danneggi una persona. La bestemmia danneggia Dio? E danneggia la parte del nostro corpo che contiene o è contenuta da quel nome, un luogo così misterioso – perché spazio è il nome di Dio – che ci vorrebbero pagine e pagine per trovarlo e descriverlo? Percepire una bestemmia è avvertire una violenza carnale e chi la dice, la dice più con la carne che con lo spirito. Chi pronuncia una bestemmia brandisce il suo corpo: violenta e si autoviolenta. Diremmo noi al nostro miglior amico o amica, che si chiamano, poniamo Carlo o Elisabetta: Carlo porco o Elisabetta cagna – con tutto il rispetto sia per i maiali che per i cani – senza una ragione? No. La pulsione sessuale di una bestemmia è indubbiamente distruttiva, oscura, sordida. Tanto più si crede alla Bellezza Divina, e per ritornare a Dante, alla candida Rosa Madre, tanto più l’ingiuria contro di essa è un delitto contro l’Innocenza, il Candore, il Profumo e il Canto. Perché, invece di Dio, non scriviamo: «Porca Madre!». Non sentiamo quanto le due invettive si assomigliano? Come mai? Non vogliamo rispondere, ma solo pensarci in questo contesto.  #nobestemmia su Twitter e sui social. È un consiglio col cuore.

 

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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