Nadia Elena Comaneci, quando ricordare le leggende è sciogliere l’illusione che il tempo esista nella perenne contemporaneità dello spazio

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C di COMANECI

 

Ricordare le leggende e’ sciogliere l’illusione che il tempo esista nella perenne contemporaneità dello spazio, come lo zucchero nel te’. NADIA ELENA COMANECI. Montreal, Olimpiadi, anno 1976: quando lo sport trasforma la quotidiana prosaicità del corpo in poesia, in lirica angelica. Quattordici anni, la più giovane atleta della storia, frangetta e coda di cavallo da Coco Chanel rumena, cresciuta a acqua fredda, sapone grezzo, disciplina, altezza 1 metro e 62. Nella sua prima gara da bimba arrivo’ tredicesima, il suo allenatore le disse: mai più, e lei inferse al suo corpo l’arte di uscire dai lacci quotidiani che lo fanno sembrare di carne, pur non essendo così. Lo s – carto’ dalla carta da macelleria con cui la avvolgiamo e lo fece trasparente come la luce di una lanterna celeste. Montreal, C di Canada. Le prove ginniche di NADIA ELENA COMANECI alle parallele, alla trave, a corpo libero sono uno shock. Cinque medaglie d’oro, punteggio: 1, perché nei giochi olimpici il 10 non esiste e i giurati, non potendo dare nove, pigiano il tasto 1. The First: non è più accaduto nella storia delle Olimpiadi.

 

Nadia, filiforme libellula in acciaio, si muove con la perfezione di una dea, candida e guerriera come Atena, elegante al punto che i suoi arti, braccia e gambe, paiono geometrici come le zampe degli insetti, attraverso la sua pelle entri in contatto anche l’osso minuscolo, il muscolo impercettibile. C di CORPO, quando il corpo si fa idea platonica. Nadia e’ la ginnasta di un perfetto Iperuranio, il Regno delle idee. Quante lacrime tra il pubblico, tra i giurati, tra le sue colleghe abbiamo visto scorrere durante i suoi esercizi: lacrime che fecero brillare la tensione in felicità dopo che, per quegli splendidi minuti che ti regalava il volo di una ragazzina impertinente come una cavalla e elegante come un cigno, la tenacia di una piccola vita si traformava in VITTORIA, una vittoria sulla legge di gravità. Nessun altro essere al mondo ci ha mostrato che lo SPORT e’ puro GENIO, come una mente matematica in angelica comunione con una mente letteraria.

 

C di CARTA

Ne Il pianto di Camilla c’è un folletto. Non amo la domanda: se c’è un folletto e’ un Fantasy? Non amo il Fantasy, e’ un genere creato in una New Age che crede di conoscere gli Angeli perché porta al collo il ciondolino d’argento per chiamarli. Omero faceva combattere gli Dei insieme agli umani. Omero scrisse di Achille, essere semi divino. Omero scrisse Fantasy? Rilke nelle Elegie si rivolgeva agli Angeli. Rilke scrisse Fantasy? Non diciamo sciocchezze.

CARTA. Scelsi questo nome perché CARTA e’ un folletto forte come l’acciaio e porta con se’ una lanternina decorata a motivi natalizi. E’ la personificazione di quella materia che dal papiro egiziano alle pergamene alle macerazioni di stracci e’ la materia del nostro essere tenaci e titanici come un albero. Nella CARTA noi siamo la foresta dell’Universo, il filamento di una foglia dell’Amazzonia, il seme nocciolo dell’Australia. Ho scritto di CARTA perché la carta non deve morire, perché è l’Iperuranio qui: terrestre, e non terrena e incorruttibile. La carta viene dal Paradiso Terrestre. Un foglio di carta sembra inerme e sottile, eppure se ti fai un taglio su una mano con il suo filo, quel taglio e’ più profondo e sanguinante di quello della lama più arrotata. La luce della lanterna e’ un punto che illumina lo spazio anche oltre l’atmosfera, perché è la luce del GENIO.

 

CARTA sta sospeso in volo, CARTA e’ il migliore consigliere del re Porfirio. CARTA e’ aereo, veloce, lungimirante. Ma i folletti non esistono? Davvero non esistono? Torquato Tasso li vedeva e anche io ne ho visto uno, anzi una: NADIA ELENA COMANECI.

 

 

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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