La neve non è più bambina

La neve non è più bambina

Hotel Rigopiano. Una bara bianca per quattro bambini? Questa è la domanda dell’attesa, l’attesa accorata, sepolta, umile che proprio la neve ci ha insegnato nella nostra infanzia. Lei, fiaba del Paradiso. Quattro bambini si saranno messi alle finestre dell’hotel Rigopiano nei giorni scorsi, pensando i nostri pensieri più piccoli, quelli che ancora adesso, seppur dagli anni pesate, rendono leggere le nostre palpebre quando la poesia di una nevicata ci fa dire: gli angeli stanno piangendo di gioia petali di margherite e il loro canto è laggiù, all’orizzonte del silenzio.

Alveo materno, l’amico fuoco, <il fiore rosso> di Kipling, ci fa accoccolare ai suoi piedi, mentre la neve color delle nubi a primavera sembra il raccolto della nostra salvezza, quando immaginiamo che se a noi fosse dato di volare, voleremmo con ali composte di batuffoli di cotone, ridenti come la neve, come lei iridescenti di candore. Candore e calore rimano, come se il fiore rosso e il fiore bianco nascessero dalla stessa pianta. Che ora è pianto.

Quattro bambini sulla montagna della neve, che facciamo tanta fatica a definire <assassina>. Dove siete ora bimbi, in quali braccia vi tiene la neve? I gabbiani, le oche, i cigni, le colombe, le galline, le aquile, i pappagalli, gli ibis hanno ali di neve. In mezzo alla sua caduta, silenziosa come la culla in cui un neonato si abbandona ai sogni dei primi giorni del suo immacolato mondo, quante volte abbiamo immaginato che i fiocchi all’improvviso si compatassero per divenire uccelli. Oppure solo ali, ali di angeli, che noi indossiamo per planare sulla sua coltre così perfetta, che alla luce del sole diventa sabbia di diamanti come se il mare potesse avere una spiaggia più bianca della sua schiuma, da cui noi rinasciamo per sempre bambini, perché così siamo in Paradiso.

La coltre di zucchero ora sa di sale delle lacrime più cocenti per voi bambini dell’hotel Rigopiano. Quattro. A due a due, ve ne andate nella neve? Il cuore ha paura della neve, adesso. La vede nera come il pulcino che la chioccia non riscalda. Ma anche un pulcino nero non può non far tenerezza. La neve nera, matrigna e assassina, scende sulla montagna ora. Una nevicata che ha le ali del corvo, le piume di cenere di un fuoco calpestato, battuto, spento. Eppure, magari domani, dopo la pioggia, sulla montagna tornerà l’arcobaleno. E se ci sarà una stella per voi, bambini dell’hotel Rigopiano, sarà di lana bianca, come una stella alpina che beve neve come latte di cherubini in girotondo, la ruota senza fine che solo i bambini, puri come la neve, sono in grado di offrirci come ali di pulcini, bianchi, per sempre.

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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