La gatta. Una fiaba di Natale

La gatta. Una fiaba di Natale

Fiaba di Natale. A GoloGolo, Desi, Ciccio Grigiotto, Marina, Olivia, Biuti e William, mici natalizi in ordine di anzianità.

Ebbe inizio con un suono quando all’alba solo quattro finestre del paese furono illuminate per grazia dei mattinieri. La Gatta, questo il nome del minuscolo centro abitato sulle montagne del… – chiedo perdono, come tutti non ricordo la reale ubicazione di questo inutile e scronacato paesino che vanta un gemellaggio con Il Globale (si legge Il Globeil), altro innotiziato villaggetto della Scozia -, era stata lambita da un rullio di motore, un sussulto corale, uno spostamento da qui a un po’ più in li’ sulla terra, dato che per necessità di sopravvivenza anche i paesi camminano e soprattutto quelli a quattrozampe.

Non si può sapere che cosa sia stato a tagliare quella fetta di neve dal fianco già illuminato della montagna, possibile anche un filo di casualità che nei secoli avessero trovato una linea concreta d’allineamento come grani di farina su una vibrissa, traducibile come baffo regale d’immortal vibrazione, ma quel boccone frioso, immacolato e compatto come un lembo di torta margherita iniziò a rovesciarsi e a rotolare, rotolare giù dal monte e, qual vento inadatto a sbattere le finestre ma molto abile a spingere tutti i mestieri che passano, si annunciò nella caduta degli oggetti. Le cose uscirono dalla loro nascita e caddero rami, lumi, libri e crocifissi. La polposa valanga si poso’ sulla Gatta proprio come le zampe di un micio su un topo nervoso, e la seppellì sotto una massa che pareva sedimentata di nuvole, perché rose di fiocchi s’innalzavano dal suo cuore come nembi d’eccitata peluria. La Gatta spari’ sotto il cumulo e nessuno se ne accorse. Da lontano la montagna pareva avere una duna più tonda delle altre.

Il sindaco Manuele Faber intuì all’istante la gravità della situazione: <Siamo sotto terra – disse alla moglie Manuela -. No, siamo stati sepolti dalla neve>, e spostò la tenda verde della camera da letto per vedere il muro candido davanti a se’. Carpi’ il suo tablet per iniziare un <cinguettio> d’emergenza sulla postazione del comune, senza contare il fatto che la valanga avesse sepolto anche la rete, tumulata in un botto.

Se ne accorgeva in quel mentre anche Lepida Tilder, una bambina di dodici anni con le trecce nere quanto lo zaffiro incastonato nel piombo della centenaria linotype del museo della stampa, quando, vedendo il suo mappamondo illuminato cadere dalla scrivania, mentre dal suolo saliva un maestoso rumore di fusa e la luce del primo sole si fece all’improvviso grigia come il tremito di un gigante, cercò su whatsapp il miglior amico, Leonetto Sandler, ma il nerbo del suo cellulare non era più celeste come il manto di Maria, quanto invece più nero dell’inverno senza vita si perdeva tra i libri come una piuma morta tra le pigne.

<Ci troviamo sotto una valanga di neve ed è la vigilia di Natale. Già nessuno si interessava a noi perché in paese non abbiamo più nemmeno un assassino, figuriamoci ora>. Stava pronunciando queste parole il maestro elementare Gavino Pille’ alla moglie, mentre suo figlio Aron si precipitava, come aveva fatto la valanga qualche minuto addietro, al pc per aprire il suo diario di profilo o il profilo del suo diario, non è indispensabile essere certosini nella tragedia, per dare l’allarme ai suoi amici. Anche il social era stato coperto dalla posa definitiva della piramide nevosa. E Aron esclamo’: <Ci troveranno tra mille anni e ci crederanno bastardini dei mammuth>.

La Gatta era rimasta illesa come se la neve non avesse voluto distruggere nulla ma solo preservare, cambiando il significato delle calamità naturali. <Sarà stato Gesù Bambino a volere che la valanga cadesse, avrà letto la mia letterina dove chiedevo un Natale di fiaba che ci rendesse tutti uguali. Ora lo siamo, siamo un vero presepe> noto’ la piccola Eleo seduta insieme alla sua micia Nora sulla poltrona nella stanza che era considerata il centro del paese.

<Non possiamo comunicare tra noi, ti rendi conto? Poco più di trecento anime incarcerate nelle loro stanze come in anticamere di pena di morte> strillava il sindaco a sua moglie che, con la consueta lenta stanchezza, si alzava dal letto ogni mattino pronunciando di fronte ai problemi di suo marito, dal garage di cui si era perduta la chiave, al fatto che il vecchio custode Teodoro non ricevesse la pensione da più di sei mesi e piangesse ogni pomeriggio, alla petizione degli uomini volonterosi di aprire il primo consultorio per mammi: <Stai calmo, caro, vedrai che tutto si risolve>.

<Ma come, come? – pensava intanto il maestro Gavino – se non possiamo comunicare con l’esterno siamo già tutti morti. La rete uccisa da una piramide, la rete da una piramide. La neve, l’Egitto, la neve, l’Egitto> ripeteva come per magia.

<Mamma, perché questo paese si chiama La Gatta?> chiese la piccola Eleo.

Da generazioni in generazioni e da genderazioni in genderazioni un bambino non poneva più quella domanda e un silenzio di germoglio d’angelo si poso’ sul villaggio sotto la valanga, quasi stesse per nascere al suo posto una valle di gigli. Come se Dio in persona si fosse posto in ascolto, gli abitanti del luogo smisero contemporaneamente di parlare, non perché fossero connessi in rete, ma perché si stava per schiudere la storia di una piccola verità. Una leggenda neonata.

<Non posso dirti chi fu l’ultima donna che si chiese questo – rispose mamma Annamaria – perché so che l’ultima donna che lo fece fu obbligata, secoli e secoli or sono, ad oltrepassare il confine della pianta dei pinoli amari, dove c’è il campo di lavanda cresciuto selvaticamente. So però che l’ultima volta che una donna fu costretta a fare questo, dall’albero dei pinoli amari apparve una micia color fumo con gli occhi celesti e viola come la lavanda. Un giorno quella micia salvo’ il paese da un incendio e da allora il paese si chiamo’ La Gatta>. Eleo osservo’ la micia Nora dagli iridi più azzurri delle volute d’incenso. In quel mentre il sole iniziò a brillare oltre la cortina di neve e nella stanza si diffuse una carezza di velo celeste imbevuto in un olio tenue, arancio. <So come possiamo salvarci!> esclamò la piccola Eleo.

Strappo’ una pagina dal suo diario, scrisse un biglietto, e poi osservando Nora: <Tienilo in bocca. Ce la puoi fare. Vai ora, io ti aiuterò col mio dolce pensiero. Oggi che siamo così isolati tu ci riporterai a comunicare e grazie a te nello stesso istante faremo quello che deve essere fatto>. Eleo andò in cucina e apri’ a fatica il vetro del tetto a mansarda. Era da questa finestra che di tanto in tanto rimirava sorridendo le stelle nella notte, che si annidavano tra i monti come gli occhi dei cuccioli d’aquila. Fece uscire la bella gatta Nora. Scavandosi un tunnel nella neve, la micia riuscì a passare di casa in casa scendendo dai camini.  Nora si apri’ una rete di tane nell’immensa zampa bianca, un disegno di cunicoli congiungenti un camino a un altro camino.

Quando arrivava in una stanza lasciava cadere il biglietto dalla bocca, mentre gli uomini la asciugavano con panni caldi e la riscaldavano di coccole. La piramide era attraversata da una micia invisibile e caparbia. Alle 16.30 in punto Nora torno’ da Eleo. Mentre la piccola strofinava il suo pelo blu, dato che così vengono chiamati i gatti grigi, la micia comincio’ a fare le fusa e per incanto la rete di corridoi nella neve ormai quasi ghiacciata si scosse, si allargo’, si aperse come una rosa candida. <E’ ora> disse Eleo alle 17, un numero che gli uomini non amano ma che sta per 5 del pomeriggio, il trionfo della luce che scende verso la luna della notte, una luna che può essere rosa e falce nel suo antico simbolismo egizio. Eleo si avvicino’ al camino dove aveva deposto i ceppi e accese il fuoco. Contemporaneamente tutti gli abitanti del paese fecero la stessa cosa, perché avevano letto il biglietto di Nora: <Alle 17 accendete i vostri camini spargendovi i grani di lavanda raccolti nell’estate appena passata>. Un fumo chiaro dal sapore fiorito, di quel fiore che un giorno lavò i piedi di Gesù, si incanalò nella rete scavata da Nora. Qualche abitante lo aiutò con un ventaglio di rami d’abete, che aggiunsero il rosolio balsamico delle resine sempreverdi al profumo che caccia persino gli scorpioni. Il monte di neve che nascose il villaggio nella vigilia di Natale, come per salvarlo, si sciolse con misericordia. Cellulari, pc, tablet furono i primi a illuminarsi, ma nessuno bado’ alle loto luci. La stella della notte era giunta, come un occhio di un cucciolo d’aquila, e ora La Gatta aveva abitanti che sapevano come comunicare per salvarsi, e non era con la rete.

Fu con una gatta, che una volta libero il paesaggio, su cui la neve scorreva in neonati, inneggianti torrenti, corse fino all’albero dei pinoli amari e da dietro quell’albero porto’ con se’ un bambino nuovo, come nuova era diventata la terra mondata dalla neve. Era un Bambino celeste che odorava di lavanda, dello stesso colore degli occhi di un gatto descritto in un piccolo libro che una donna sta leggendo proprio ora davanti al fuoco di un camino, muovendo con saggezza una culla intagliata nel legno dell’albero dei pinoli amari.

 

© Riproduzione Riservata
Tags

Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

Utenti online