La gatta con la carrozza d’oro e il naso del cosmo

La gatta con la carrozza d'oro e il naso del cosmo

C’era una volta in un paese non proprio lontano una città che scomparve. Spiegare come successe è impresa che esula dal presente narrare, perché fa parte di libri d’archivio; qui è bene sapere che la città, pur continuando ad esistere, si occultò. I suoi cittadini furono gli ultimi ad accorgersene. I primi furono i pendolari, perché si resero subito conto che nella città si poteva entrare, ma non si poteva più uscire, come se mura invisibili fossero calate dal naso del cosmo e avessero circondato la baldanzosa metropoli. Automobili, treni, metropolitane arrivati ad un certo punto venivano arrestati, bloccati lì, all’istante. Fermavano il loro muso contro un ostacolo, diventando una faccia da vetro, senza procurare incidenti, no, no, si appoggiavano a un limite desiderando ciò che c’era oltre, come se ci fosse una montagna d’aria spessa che non concedeva la facoltà di procedere.
Donne e uomini scendevano dai mezzi, cercando di attraversare l’aria divisoria a piedi. No, no: non era possibile.

Stessa cosa per le telecomunicazioni. La gente telefonava e quando si sentiva domandare: Ma dove sei? Se si trovava in via dei Glicini: al lavoro, in via dei Glicini – rispondeva -. Allora tra un’ora e mezza sarai a casa – constatavano dall’altra parte del telefono. Ma se poi la gente arrivava vicina alla barriera su cui era scritto un fantomatico <Stop>, poteva solo replicare: Sono qui.

Ma dove qui? – chiedeva l’interlocutore -. Sai quanti qui esistono al mondo? Ha più qui il mondo che l’oceano acqua.

Qui: e quella poteva essere l’unica risposta.

Le prime persone bloccate non dettero subito l’allarme, timorose di essere scambiate per pazze, così per almeno due giorni cercarono in tutti i modi di uscire con ogni stratagemma. No, no. Invano. Accadde che per 48 ore, pendolari, turisti, curiosi, avventurieri e passanti ne fecero quarantotto per quarantotto, per poi arrendersi.

Tutto quello che si poteva fare in città rimase invariato, per cui di fatto la città esisteva. Gli uomini che abitavano al di fuori non vedevano nulla di cambiato se non il fatto che c’era un’asse invisibile quanto una verticale cartesiana che, una volta attraversata inavvertitamente nell’andata, non ti facevano più rifare i tuoi passi. La verticale si era impiantata in pali e pali tutto intorno all’abitato, cambiando l’essere delle cose in potenza. Col passare dei giorni la città cominciò a non esistere. Non si vedeva nessuno ritornare oltre l’aria e per la prima volta l’aria fu immediatamente più implacabile del fuoco.

Per le persone fuori, ovvio, questo succedeva, mentre coloro che stavano dentro, ovvio, cominciarono a coltivare la speranza che un giorno la situazione sarebbe cambiata. La città si popolò come non era mai successo prima. Genti di tutte le razze iniziarono ad abitarla e, quando venivano a sapere che da li’ non sarebbero più uscite, passato il primo momento di rabbia, cominciarono a vedere gli altri con occhi curiosi, perché i prigionieri di un luogo bello e perentorio spesso diventano saggi. Tutte le telecomunicazioni non funzionarono più e ricominciarono a crescere alberi, a nascere cerbiatti e lupi, senza che la città perdesse la sua natura d’affari. Strano a dirsi, cominciò a regnare una fermezza di pace. Sì, sì, proprio di pace. Davanti alla fantomatica barriera che faceva un cerchio, la popolazione della città scomparsa mise delle sentinelle, per avvisare chiunque fosse arrivato.
<Attenzione – dicevano le sentinelle – se lei va oltre la mia schiena, non può ritornare davanti al mio volto>.

<Mi scusi, non mi dica che in mezzo al suo corpo c’è una presenza di divisione che io non vedo e che mi impedisce di camminare oltre>.

<In effetti, è la verità>.

Quante risate, scoppiarono le prime volte, ma a poco a poco gli arrivati verificarono che la cosa era vera e la voce si diffuse in tutto il mondo. Alla città non andò più nessuno. Un deserto verde si sparse ai suoi confini. Tutti i deserti sono nati intorno alle città dalle quali non si poteva più uscire. Crebbero le siepi come ancelle addette all’olio delle lampade. Sì, sì. Ma anche: no, no.

Passarono molti anni e un giorno, da lontano, lemme lemme, fresca fresca, arrivò una micia. Le sentinelle la videro giungere e, poiché in molto tempo non avevano mai notato appropinquarsi neppure un cane, figurarsi quando scorsero un gatto come furono felici. Rossa, tigrata, una macchia candida e una nera sul petto, gli occhi neri e iridescenti come quelli di un cigno, la micia era davvero splendida. Si avvicinò a una delle sentinelle e cominciò a scodinzolare, a strofinarsi, a miagolare con dolcezza. Attraversò la barriera invisibile e si inoltrò nella città. Era particolarmente piccola. Passetto dopo passetto raggiunse il municipio, salì le scale del palazzo e dopo cinque minuti la segretaria del sindaco diceva al primo cittadino:

Signore, una micia vuole parlare con lei.
Una micia?
Sì, una gattina rossa, tigrata, con una macchia bianca e una nera sul petto.
Intanto Dedala, detta Deda, questo il nome della micia, era già entrata. Sistematasi sulla scrivania del sindaco cominciò a dire:

<Io posso farvi uscire dalla città. Dovete procurarmi una carrozza d’oro con delle briglie d’oro per trainarla e io porterò fuori chiunque voglia andarsene>.

Nella sala il sindaco rimase attonito. E poi parlò:

<Rispettabile… Signora, come può pretendere che io le creda?>

Mi segua, rispose la gatta, ritornando tranquillamente verso le sentinelle. Un corteo di gente seguì la micia che, giunta dalle guardie, che erano tutte donne e si erano procurate persino lampade a olio deliziose per imitare le siepi, cheta cheta riuscì ad andare al di là della parete invisibile. E poi ritornò, e poi riuscì, sotto lo sguardo incredulo di tutti.

<Per noi l’oro non è più un materiale prezioso. Viviamo scambiandoci le cose che ci servono. Scambiamo doni soprattutto con la terra. Lei ci dà i suoi frutti e noi le diamo i nostri bambini che cominciano a imparare dalla terra come nascere, crescere e morire, soprattutto a morire. Rimanendo chiusi tra noi, benché in tanti e di diverse razze e religioni, ci siamo accorti che non possiamo essere diversi perché la morte si veste dello stesso sangue, per tutti> spiegò il sindaco a Deda.

<Fuori di qui, invece, l’oro è ancora un materiale prezioso, purtroppo>, ribatté la micia.

<Quindi, la carrozza sarà pronta in una settimana. Farò fondere tutto l’oro rimasto nelle  banche chiuse e lo farò lavorare dagli artisti migliori>, promise il sindaco.

Per una settimana Deda restò nella sala del sindaco a raccogliere i nomi di coloro che volevano andarsene.

Finché non arrivò la carrozza d’oro. Gli esperti la costruirono proprio come quella di secoli e secoli fa. Istoriata di fiori, trapuntata di gemme, lucida come le acque di un lago disteso. Misero le briglie intorno al petto della micia, proprio dove c’era la macchia bianca come la luna e nera come un neo. Deda iniziò a trainare fuori dalla città, dentro la carrozza d’oro, le prime quattro persone. La notizia si diffuse in un battibaleno. Dalla città invisibile donne e uomini facevano ritorno a bordo di un cocchio maestoso, trainato da una gatta piccola, piccola. Sì, sì. Dapprima arrivarono i cari. Poi i curiosi e poi… Gli uomini che programmarono di entrare nella città per salire a bordo della carrozza d’oro e rubarla. Gente importante, vestita lussuosamente, dalla pelle lucida, così lucida che ormai non si vedeva neppure il colore, poteva essere bianca bianca o anche nera nera o gialla gialla, la differenza di pelle era diventata come l’oro della carrozza: lucidato.
<Voi dalla pelle perfetta siete arrivati per ultimi e sarete trainati per ultimi>, disse loro Deda.

I ladri si misero in attesa. Per giorni e giorni Deda trasportò fuori dalla città le persone che da anni aspettavano di essere liberate. Sentì molti pianti dentro la carrozza e durante il viaggio ascoltò storie tenere, come fiori di speranza e di accettazione. La gente non era contenta di abbandonare la città scomparsa, in fondo era vissuta con nostalgia ma anche con tanto inatteso presente tra le mura invisibili discese dal naso felino del cosmo.

Ad ogni loro racconto gli occhi della gatta con la carrozza d’oro diventavano sempre più luminosi. Erano molto più di due stelle. Ogni occhio era un cosmo di stelle intorno al naso d’acqua di Deda, perché i gatti hanno i nasi fatti d’acqua.

Venne il turno degli uomini avidi di rubare la carrozza. La micia li fece caricare, erano tanti ma ci stavano tutti, e partì. Giunta alle mura cadute dal cosmo, le attraversò, ma d’improvviso, subito al di là si tolse le briglie. Alte mura nere apparvero allora all’improvviso, come se la materia fosse molto, molto più vuota dell’invisibile, ma giusta, terribile, svettante quanto una punizione all’invidia. La carrozza d’oro si schiantò contro di esse ed esse caddero liberando la città, ma sommergendo tutto il resto del mondo sotto una cenere lucida quanto i volti degli uomini vinti dal desiderio di rubare l’oro di Deda, che era materia preziosa come i sentimenti, le idee, i sogni, l’utopia. Per l’impatto la carrozza fu proiettata in cielo, formando una nuova costellazione a forma di Gatto. Seguendo quelle stelle gli uomini usciti dalla pace della città scomparsa ripopolarono la terra di bambini nuovi, che prima di rompere anche una scimmietta di peluche che suonava il tamburo dicevano:

<Sì, Sì, dobbiamo rispettare questo bel giocattolo per quando ritornerà ancora il tempo della micia con la carrozza d’oro>.

E la micia Deda? Se trovate una donna con una lampada ad olio o anche una siepe,  non è escluso che vedrete due occhi che sono un cosmo di stelle più un altro, divisi da un naso d’acqua.

© Riproduzione Riservata
Tags

Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

Utenti online