“Indonna” e la guerra di genere, i kamikaze del femminicidio

Indonna e la guerra di genere

«Ma quella reverenza che s’indonna/di tutto me». Era il 1300, anno più anno meno, quando Dante scrisse il Paradiso e quando, trovandosi al cospetto di Beatrice, concepì questo verso, soprattutto questo incredibile verbo, che potremmo scrivere anche con la lettera maiuscola, Verbo: Indonna. Nel contesto della frase significa s’impossessa, in senso tanto meraviglioso da condurre il sommo poeta verso il Paradiso come in un beato sonno. Traduciamolo: «Quel rispetto di fronte alla donna, un rispetto così bello, forte, sublime che si impossessa di me». S’indonna corrisponde all’incanto, e in tale incanto l’uomo cerca nella donna la massima fusione, ovvero la complicità.

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Quindi è <donna> la possessione nel significato estatico di arrivare a una conoscenza più elevata di se stessi attraverso l’altro sesso: solo se s’indonna, se arriva a contemplare il cielo insieme e attraverso la donna, l’uomo si eleva. Dante pone il sommo poeta Virgilio quale guida dell’Inferno e del Purgatorio, ma poi assegna alla sua donna, Beatrice, il ruolo di guida della sfera più elevata della conoscenza del divino, il Paradiso. Da allora l’Occidente di secolo in secolo s’indonna, nel senso che s’impossessa di un rispetto sociale, politico della donna, ma non poetico, nel senso di ricerca della bellezza individuale in due, perché è nella fusione della dualità quotidiana che l’uomo e la donna raggiungono la massima espressione edenica. Gradino dopo dopo gradino la donna arriva a possedere settori dell’Occidente a cui prima non aveva accesso. Soprattutto la politica. E si dice che la donna acquisti la libertà. La libertà di essere donna. Oggi (in teoria) una donna può sedersi da sola al tavolo di un ristorante e non essere scambiata per una poco di buono: credo che sia in questa semplice scena il più esplicito gioco della nostra libertà.

Ora però è arrivato il XXI secolo e sta succedendo qualcosa che si manifesta a noi come un mistero. L’uomo è preso da una possessione atroce e la prima vittima di questa possessione è la donna, al punto che siamo arrivati a coniare la parola «femminicidio», ma non «donnicidio», che sarebbe più consequenziale a quel s’indonna dantesco. L’uomo, al di là d’essere preso da estasi reverenziale nei confronti della donna, come la grande cultura dell’Occidente avrebbe dovuto insegnare, viene al contrario catturato da una possessione feroce, bestiale, assatanata nei confronti della donna libera in quanto donna, fino a ucciderla nei modi più cruenti che possa conoscere. Cosa accade? Perché la donna ha acquisito in apparenza se stessa, ma non è riuscita a impossessarsi della complicità con l’uomo, anzi identifica il punto massimo della sua libertà nel dirgli <no>? E perché di fronte alla presunta libertà della donna l’uomo non gli è complice, non l’aiuta, non la sente vicina, non si sente insieme a lei parte di un progetto più elevato? Forse è la donna stessa incapace di fargli compiere questo passo? La mano dell’uomo non stringe in amore quella della donna, la mano dell’uomo si abbatte come una funesta ghigliottina sul corpo della donna. L’uomo ha deciso di condannare a morte la donna, solo perché è donna. Terribile!

Nel frattempo un altro fenomeno accade. Ci sono uomini che vengono posseduti da una foga sterminatrice, desiderano, come presi da un’ossessione, arruolarsi in un esercito prettamente e oscuramente maschile, che invade come una sorta di follia maschile irragionevole anche le nostre terre, dominate dalla ragione. Il fenomeno è composto da maschi che s’indonnano di una follia guerriera senza pari, al punto che pur di arrivare alla meta fanno della morte la loro PADRONA. Ecco la parola: PADRONA. Se l’uomo ha una PADRONA, al femminile, preferisce averla nella morte non nella vita. Sia nell’infermiere che brucia l’infermiera, che nel guerriero kamikaze, la padrona è una parola che si chiama: MORTE. La morte della donna, che nel primo caso è reale, nel secondo invece è sublimata da un’ideologia più o meno identificata come religiosa, che guarda il caso nasconde la donna fino ad occultarla sotto angoscianti veli neri. L’uomo rifiuta di essere impadronito dalla vita della donna, se deve indonnarsi, come direbbe Dante, preferisce farlo sul fronte della morte.

Siamo in guerra, si dice. Sì, lo siamo, ma questa è una guerra che si è infiltrata tra l’uomo e la donna, ed è una guerra di genere, la più pericolosa, profonda, intestina che ci possa essere. Perché l’uomo che uccide la sua donna quando lo rifiuta è uguale al kamikaze che lotta per un’ideologia dove la donna è già morta. A questo punto ci chiediamo: cosa succede al lato femminile dell’uomo? Perché questa è la vera domanda. L’uomo non vuole più essere generatore di vita, ma di morte, e identifica nella donna la responsabile di questa sua follia. L’uomo è arrivato a rifiutare l’altro sesso, a violentarlo, lacerarlo, umiliarlo, ucciderlo, massacrarlo. Questo è l’aspetto terribile di una guerra che infatti uccide a sangue folle anche i bambini, ovvero il risultato più bello che l’uomo può ottenere nel riconoscimento elevato dell’altro sesso. Non credo, come molte donne credono che questo sia dovuto alla libertà ottenuta dalla donna, perché di fatto se la donna ha fallito nella complicità con l’uomo, ha fallito sul fronte della libertà. Non c’è libertà tra uomo e donna, se non c’è complicità. Credo che mentre la donna compiva il suo cammino verso una finta libertà, l’uomo abbia perduto per strada quel quid che lo conduceva a indonnarsi, e quel quid è la ricerca di se stesso sul fronte più donna, ovvero quello spiritale. L’uomo, in quanto maschio, deve abbandonare l’era della ragione e ritornare sul suo sentiero spirituale, perché non può vivere senza la donna, che è l’aspetto divino di se stesso. E su questa strada la donna, nuova Beatrice, lo deve riportare, assumendosi una responsabilità: quella di essersi indubbiamente spostata, in quanto donna, eccessivamente sul lato troppo materiale dell’essere. Se oggi la donna può diventare la prima donna della Casa Bianca, lo fa perché ha raggiunto la massima complicità con l’uomo: non l’ha rifiutato nel momento in cui è stata tradita, umiliata, calpestata, ha continuato a portare avanti se stessa nella complicità di coppia. La forza della donna non è quella di vivere liberamente l’amore per poi buttarlo via, perché altrimenti tradisce il concetto stesso d’amore. Se l’uomo oggi deve nascere al vero amore, quello di Dante, che purtroppo è rimasta una splendida utopia nella poesia più elevata, la donna deve risorgere alla sua morte, perché molte donne nel cercare la presunta libertà nella solitudine sono morte dentro. L’ultima donna uccisa si chiamava Vania. Bruciata viva. L’immensità della poesia crea impressionanti, ma non proprio, coincidenze. A Vania Vannucchi dedichiamo un altro capolavoro di Dante, dove c’è una donna che si chiama Vanna, e lo dedichiamo anche al suo assassino, perché prima di uccidere lei, ha ucciso la donna che è dentro di lui, la donna che genera e da cui è generato. Nella speranza che tutti gli uomini e le donne viaggino sullo stesso, piccolo, amoroso vascello in cui, proprio perché uomini e donne complici fino alla poesia (questa è una community letteraria per cui alle lettere noi affidiamo la salvezza) non siano presi da morti atroci, ma da Incantamento, amandosi alla pari e liberamente, cioè dicendo entrambe all’altro: Sì.

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Guido, io vorrei che tu, Lapo ed io
fossimo soggetti ad un incantesimo
e posti su un vascello, che ad ogni soffio di vento
andasse lungo il mare secondo il nostro volere;

cosicché la fortuna od ogni altra sventura
non ci potesse essere d’ostacolo,
ma anzi, avendo gli stessi desideri,
crescesse il desiderio di stare assieme.

E che Monna Vanna e Monna Lagia,
oltre a colei che è la trentesima
il nostro mago ci ponesse vicino:

e qui discutere sempre sull’amore,
e ciascuna di loro fosse felice,
così come, credo, lo saremmo noi [poeti].

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Elena Gaiardoni 

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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