Il ruolo del gatto nella nostra vita

Oggi è il 17 febbraio 2016. Happy Festa Internazionale del Gatto a tutti voi che ascoltate... In rime sparse il suono, verrebbe da scrivere, visto che le voci dei gatti che vanno in amore proprio sotto le lune di febbraio, vicine ai palpiti di San Valentino, sono vive più che mai, adesso.

Oggi è il 17 febbraio 2016. Happy Festa Internazionale del Gatto a tutti voi che ascoltate… In rime sparse il suono, verrebbe da scrivere, visto che le voci dei gatti che vanno in amore proprio sotto le lune di febbraio, vicine ai palpiti di San Valentino, sono vive più che mai, adesso. Sono voci acute, sospirano e innalzano il loro richiamo di sirene nel pelago salato e splendido della passione innamorante, infantile lamento di nascita e rinascite queste grida feline nelle campagne e lontano giubilo meta-fisico, dove la fisicità e’ la meta primigenia della metapsicofisicita’ edenica. Il verde della natura fiesolana, cui D’Annunzio dedicò uno dei suoi canti più francescani, e’ il paesaggio che ci fa piacere donare a chi vive insieme a un gatto oggi e anche a chi non ha mai vissuto con un micio (e non sa cosa si perde), in questa conversazione con la scrittrice Marina Alberghini, presidente dell’Accademia del Gatto Magico di Fiesole e autrice dell’ultima biografia su Céline dal titolo «Louis-Ferdinand Céline, gatto randagio», edito da Mursia.

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Marina, chi sono codesti gatti che ci osservano? Noi possiamo conoscerli?

No. E’impossibile conoscere un gatto, e questa è una parte del suo fascino. Per molti autori e’ un extraterrestre. Per Borges il gatto è «Il Guardiano di un ambito sbarrato come un sogno». E per Neruda: <Sul suo distacco, la ragione slitta.

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Amiamo il gatto che con noi condivide la vita?

Non è facile amarlo davvero come si deve perché per amarlo dobbiamo lasciarlo libero e troppo spesso invece diventa il succedaneo di un figlio o di un peluche.

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Gatti e scrittura. Come li conoscevano gli scrittori che da persone ipersensibili entravano più a fondo in contatto con loro?

Neanche loro li conoscevano. Li veneravano. Bukowski li chiamava i suoi maestri, mentre per Paul Klee erano simili agli Angeli, ispiratori di arte e poesia. L’amore è quello che si ha per un cane, creatura terrestre ed elementare, il gatto ha in sé del divino e gli artisti ne sono ispirati. I gatti sono le antenne viventi degli artisti, loro fedeli e prediletti compagni di vita e nel contempo sentinelle enigmatiche a guardia della Soglia dell’Inconoscibile. Non a caso un canto tibetano dice: «La contemplazione della natura del proprio gatto porta all’Illuminazione». André Malpoix scrive: «Il Gatto è colui che attraversa la Foresta dei Simboli: è l’Iniziatore». Ancora Paul Klee: nell’ultimo quadro-testamento poneva il suo gatto bianco Bimbo a guardia del Passaggio Supremo. Il freddo, cinico William Bourroghs, dalla vita costellata di ogni sorta di perversioni, confessava non solo di avere scoperto l’amore vero attraverso i suoi gatti ma anche che: “Molto dopo ho capito che mi spetta il ruolo di Guardiano per dare vita e nutrimento a una creatura che è in parte gatto, in parte uomo, e in parte qualcosa di inimmaginabile, che potrebbe essere il risultato di un’unione non consumata per milioni di anni”.

Ci stanno guardando e accudendo, sparsi nel salotto i Felix, sdraiati in una scia di sole che entra dalle finestre a porta. Comprendono che parliamo di loro, esseri del Paese delle Meraviglie. Pensiamo a tutti i <pennaioli> che hanno cantato nel descriverli: agli occhi d’agata che in loro vedeva Baudelaire, alla suadenza rosata da canapè che dava a Carmelo Bene il senso del Barocco, come le rose, e godiamo della conversazione nel salotto della casa toscana di Marina Alberghini. Ascoltiamola, come se avesse la dolce voce di una gatta narratrice, perché se i mici avessero la parola farebbero di ogni discorso l’arcana narrazione di sillabe sonore, basti pensare che il loro <miao> e’ il verso animale più vicino a una nostra umana espressione: ciao. Ma comincia per <M>, lettera sacra, e la lettera che dovremmo segnare se facessimo un disegno stilizzato delle orecchie di un gatto.

Questa straordinaria creatura è diventata la protagonista nell’immaginario dell’uomo – continua Marina – coinvolgendolo in un’avventura spirituale o intellettuale, un “viaggio” metafisico: i padri della nostra civiltà, gli Egizi, lo avevano ben capito quando adornarono il collo della Dea felina Bastet con l’Oudjat, l’Occhio Sacro, medium tra il mondo reale e ciò che sta “Oltre”. Un messaggio giunto fino ai nostri giorni, quando da migliaia di anni il gatto ha fatto appello alle più profonde fonti d’immaginazione, tanto che da sempre miti, religioni e culture hanno visto nel felino, spesso assurto a Dio assoluto, l’incarnazione di potenze misteriose. Letterati, pittori, poeti, musicisti hanno avuto gatti come compagni di meditazione. Molti capolavori della creazione, opere che oggi ammiriamo, senza i gatti non sarebbero stati realizzati e comunque sarebbero stati diversi.

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E le civiltà cosa devono al micio?

Per la sua bellezza, indifferenza, libertà, armonia, indipendenza, tutte le grandi civiltà e culture hanno visto nel gatto un seme divino, a parte la tradizione ebraica perché esecrava la cultura egizia che considerava, a torto, politeista, e il cattolicesimo che volle estirpare tutti i simboli pagani, annullandoli o convertendoli, più spesso, in cristiani. E così provò ad agire sul fascino magico, onirico del gatto, onorato dai pagani, ma capì presto che era un’impresa impossibile assoggettarlo. Bisognava quindi annullarlo. E allora anche il cattolicesimo fece del gatto un dio. Il dio del male. Iniziarono le persecuzioni atroci, durate oltre cinque secoli; vittime senza scampo furono i gatti neri contro i quali si scagliò addirittura una bolla papale di Gregorio IX. Contro questo orrore lottarono gli artisti e gli uomini di cultura, primo fra tutti Leonardo da Vinci, che sfidò l’Inquisizione dipingendo una Madonna del Gatto, e ponendo la bestiola tra le braccia di Gesù Bambino. In Giappone esistono ancora templi dedicati al Maneni Neko, il gatto nazionale giapponese portafortuna. L’Islam onora il gatto perché amato da Maometto. Per i Celti la dea dell’amore Freya cavalcava il cielo su un grande gatto bianco e in India si onorava la dea gatta bianca Shaksti simbolo di maternità. In Messico i sacerdoti Olmechi erano raffigurati vestiti da gatto e in seguito la cosa giunse fino agli Aztechi e alle civiltà andine.

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Ma e’ vero che il gatto ha poteri magici?

Lo si è pensato da tempo immemorabile: poteri positivi, naturalmente. Oggi con le ricerche sulla pet theraphy la teoria è avvalorata dalla scienza perché il gatto ha una forte qualità guaritrice, in particolare assorbe e scarica l’ansia. Più gatti si hanno, meglio si sta in salute.

Vogliamo tornare alla superstizione?

La superstizione, specie sul gatto nero, nasce nei paesi mediterranei quando papa Gregorio IX stilò nel 1233 una Bolla contro il micio black, cosa che portò a spaventosi sacrifici di infelici e innocenti bestiole, sacrifici che durarono fino al 1860. Ricordiamo però che nel Nord Europa il gatto nero è sempre stato considerato un portafortuna.

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Un bambino spesso dice: voglio un gattino. Perché i bebè hanno questo rapporto immediato con gli animali?

L’animale è un essere semplice più vicino al bambino, che con lui si sente alla pari. Ma, attenzione: al bambino va insegnato a rispettare il micio e a prendersene cura, cosa che purtroppo non sempre succede. I gattili sono pieni di mici regalati a Natale, dei quali il bambino a un certo punto si è stancato. Il gatto, poi, non è pari al bambino ma è superiore e di questo va tenuto conto da parte dei genitori, affinché si insegni al figlio il senso del rispetto.

 

Ora, fingiamo di iniziare ora questa intervista. Passiamo per magia attraverso vari tempi, lasciamoci toccare dall’antenna felina, e portaci, cara Marina, nella vita di uno scrittore: Céline con il suo gatto, anzi il gatto con il suo scrittore, dei quali ti sei occupata.

Per sfuggire alla morte per motivi politici, Celine attraversò nel ’44 la Germania in fiamme con il suo gatto Bébert in una bisaccia. E’ un <Grande> mi dissi, e decisi di stilare la sua biografia, un’impresa di mille e duecento pagine. Bébert fu per Céline protagonista e comprimario di molti suoi capolavori. Scrisse: «Voi mi direte: il gatto è una pelle! Manco per niente! Il gatto è lo stregamento stesso, il tatto in onde». E anche: «Bébert ne sa quanto me… forse di più… Lui capisce tutto, salta, si accasa, e ronron… Sente il nostro stato d’animo, sono sicuro che lui ne sa più di quel che dice, anche su quello che succederà… il silenzio animale è vivente.

Avviciniamo l’orecchio alla freschezza di altre descrizioni: «Il piccolo gatto, sbarazzino, folletto, tutto saltellante davanti alla porta, si riconosce assai meglio di noi nei diecimila segreti del mondo. Noi sbattiamo la testa nel muro, siamo idioti matematici… Einstein non saprebbe se una persona sta arrivando da lontano… Newton nemmeno… Pascal nemmeno…. tutti sordi, ciechi, limitati sacchi… Flüte lo sa! Il mio gatto Flüte lo sa!». Quando Céline languiva in prigione in Danimarca col pericolo di essere estradato in Francia e fucilato, il suo avvocato Mikkensen lo informò di aver trovato una sistemazione per la moglie, che era stata sfrattata. Ma, niente gatti. E Bébert? Il gatto si arrangerà, tornerà nella strada da dove è venuto. Allora Céline prende la penna, ben conscio che così può siglare la sua condanna a morte, scrive: «Noi siamo partiti tutti e tre, io mia moglie e il gatto, per questa spaventosa odissea. E quindi tutti e tre ci salveremo, o morremo insieme. Io non sopravviverei un giorno alla vigliaccata di separarmi da questa povera bestia, sì graziosa, che ha fiducia in noi, che ci ha dato tutta la tenerezza che poteva, in giorni atroci. No. Se Lucette non può restare con il gatto, io vi chiedo di farmi rientrare in Francia subito. Preferisco mille volte la morte al minimo abbandono. Si è in tre con Bébert, al diavolo, basta così». Per fortuna tutto finì bene e Bébert morì ventenne in Francia col suo grande amico.

 

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Accademia dei Gatti Magici, di cui sei presidente, idea originale e intrigante, forse lo stesso Platone ne sarebbe felice.

Da molti anni l’Accademia, nata dall’incontro fra un manager geniale e gattofilo, Giordano Alberghini, e una piccola, grigia e randagia gatta valdostana, Happy, celebra gli artisti presenti e passati che hanno amato i gatti e ne sono stati ispirati. L’Accademia è dedicata agli esteti, ai filosofi, a coloro che amano la bellezza, l’arte, il pensiero libero. Che interpretano la vita come un gioco. Che si riferiscono in libertà solo a se stessi. E a tutti coloro che sono, in fondo, un poco gatti. Durante il Maggio Felino, che si svolge a Fiesole, conferisce il diploma di Accademico e il premio Bastet ai nuovi artisti che hanno celebrato il gatto. Vi è anche il Diploma di Cavaliere dei Valori Felini per gli atti di bontà e il premio Pippi gatta sindaco per l’animale che ha salvato e aiutato l’uomo.

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Ci descrivi questi mici che scodinzolano intorno a noi o che ci scrutano dal tuo giardino fiesolano?

I miei gatti attualmente sono 13. Vivo con gli individui possenti di questi animali fin dall’età di 3 anni e tutti sono stati dei personaggi. L’incontro con Happy, trovata in Val d’Aosta, ha cambiato la mia vita. Per una serie di coincidenze, che coincidenze non sono, lasciai il lavoro di incisore per creare le biografie feline. Ebbi subito successo presso l’editore Mursia e altri. Così sono nate le biografie di Paul Klee, Suzanne Valadon, Céline, Lewis Carroll, Jacopo Bassano, Paul Léautaud. Seguirono saggi come un quello sui poeti de Le Chat Noir, sul gatto d’angora bianco nella storia e nell’arte, sugli animali d’autore nel Presepio Napoletano. Libri come «Gatti di potere» e «All’ombra del gatto nero», e molti altri fino al mio primo volume di fantascienza, «Il Giorno del Quinto Sole» per Solfanelli, che mi ha dato molte soddisfazioni. Naturalmente anche lì c’è un gatto magico… e alieno! Se non ci fosse stata Happy, l’Accademia non sarebbe nata. La figlia di Happy divenne campione del mondo dei gatti europei… come si fa poi a dire che i gatti non sono magici?

 

Elena Gaiardoni 

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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