Il Nobel a Bob Dylan? La risposta è nel vento

Perché Bob Dylan è un "grandissimo poeta"

Ho un vecchio disco di un concerto live dei Dick Dick in cui cantano le canzoni di Lucio Battisti, narrando la vita del cantautore e la storia della loro reciproca amicizia. Ad un certo punto la voce narrante del concerto spiega: “Negli anni in cui eravamo giovani il nostro lavoro venne influenzato da un nuovo modo di fare musica che veniva dall’Inghilterra e dall’America. Ora vi vogliamo fare ascoltare due canzoni. La prima è di un grandissimo poeta. Si chiama Bob Dylan e la canzone è Blowin in the Wind. La seconda è di John Lennon ed è una splendida canzone: Imagine”.

Oggi, alla luce del premio Nobel, non può non colpire la differenza con cui in modo molto semplice e diretto i due artisti venivano già vent’anni fa presentati su un semplice palco di concerto: solo di Bob Dylan i Dick Dick parlano di “grandissimo poeta”. Il fatto non può non suscitare una serie di riflessioni. Il premio Nobel viene assegnato mentre un artista è ancora in vita. Viene assegnato mentre i contemporanei di quell’artista lo fruiscono, lo vivono, lo sentono, lo percepiscono. Quando si vedono le trasmissioni dedicate alla musica contemporanea in cui si cerca di arrivare alla canzone più bella del secolo “Imagine” c’è sempre, “Blowin in the Wind” mai. E se in un giorno di pioggia vuoi ascoltare un’emozione che ti renda goccia di quella pioggia ascolti “Imagine” pensando a un mondo in cui la pioggia disseti la sete di tutti gli uomini della terra. Per questo “Imagine” appare nelle hit parade.

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Però se ti avvisano che tuo padre sta morendo e corri in macchina pensando a che cosa possa essere stata e servita la vita di un uomo per istinto canti “Blowin in the Wind”. Perché… Perché se piove, e la macchina corre, pensi: ora vorrei essere una goccia di pioggia, cadere sul volto di mio padre e dissetarlo per l’ultima volta. “Quante orecchie deve avere un uomo per sentire un altro uomo che piange?”. È un verso di “Blown in the Wind”. Fa impressione chiamarlo verso come: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle”. Eppure se ascolti veramente, lo è, come avevano già capito i Dick Dick vent’anni fa presentando due capolavori, ma dicendo solo di uno “è poesia”. Quindi. C’è una parte di me che ancora recalcitra pensando che un verso di “Blown in the Wind” possa essere paragonato a “Nel mezzo di cammin di nostra vita” o “Spegniti corta candela!”, ma se gli accademici di Stoccolma hanno colto la differenza della goccia di pioggia, vissuta da una contemporanea di Dylan, onore agli accademici, e onore al poeta Dylan. E alla colomba di “Blowin in the Wind” candida memoria della colomba del diluvio universale, e le terse gocce di pioggia, corpi d’essenza d’arcobaleno, e le lacrime sensibili come fiumi nel labirinto delle orecchie, e le acque che si rompono a ogni parto di donna e d’artista, scrosciando musica, e lirica, con cui gli uomini salveranno sempre l’umanità.

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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