Il ciondolo d’oro

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Non pregava da anni, non aveva più indossato nemmeno una camicia bianca inamidata d’altronde, non avvertiva da almeno una generazione il cinguettio della festa. Il lavoro, la famiglia, gli amici, lo sport, il cane, la «signora». Era il caldo che si snodava troppo liscio come un fiocco di raso, un tepore estremo come il fumo di un vulcano non solforoso, piccante come il gelsomino sempre stercato dagli umori di un corpo femminile in parto, sì, forse era il caldo della vigilia di Ferragosto ma sentì il bisogno di stare immobile.

 
«Non si respira» ansimava e, portandosi dietro l’orecchio la ciocca di capelli più lunga, senza decidere entrò in Duomo. Erano quasi le sette di sera. Numerosi, i turisti camminavano invisibili come gatti tra i pegni del silenzio, una brezza gentile quasi mossa da chiome di foglie si definiva tra le navate. «Non toccarti i capelli in questo modo. Lo fanno le donne». Si ricordò del rimprovero una volta che era stato lì, davanti a quel quadro a cui sua madre portava un rispetto chiuso, e si fermò.

 
Sulla panca c’era una ragazza. Non era italiana. Le si sedette accanto, leggermente discosto. Pose la borsa sul pavimento, e mentre si rendeva conto di non sapere come tenere le mani senza di essa: «Sta pregando?» chiese, come se quella domanda avesse potuto aiutarlo a trovare il giusto assetto delle sue mani inutili e spaesate dal velo della donna.

 
«Non sono della sua religione – rispose la ragazza -. Sto semplicemente ammirando questo quadro. Secondo lei cosa significa?».
«Non credo che lei sia in grado di comprendere l’ateismo – commentò ironicamente mentre la donna stava terminando la frase – e il significato del quadro mi pare chiaro».
La ragazza sorrise. «E’ talmente chiaro che credo non ci fosse neppure bisogno di dipingerlo. E’ un gesto connaturato alla donna in fondo. Qual è il senso di riprodurlo in un’immagine?».

 

«La bellezza» disse, ricordando di aver notato negli occhi scuri di lei un sottofondo di miele, come il banco che entrando aveva visto illuminato da un raggio di luce che piovente da una vetrata del Duomo. Il sole si posava solo su quel banco, come a indicarne un’umile distinzione, e nelle file dei banchi scuri quell’unica doratura del legno pareva un messaggio.
«Perché, tutto quanto è bello si deve dipingere?». La voce femminile era rassicurante.
«Non intendevo questo. La realtà mostra un certo tipo di bellezza, l’arte un altro».
«Perché non soffermarsi su quella della realtà, allora».
«L’arte riesce a trasformare in bellezza pura l’espressione muta dell’uomo».

 

«Che ragione c’è: l’uomo deve per forza esprimersi! Può tacere. Non le pare che voi vi stiate esprimendo un po’ troppo? Quanto urlate e vi mettete in mostra, quando i vostri antenati dicevano: Bene vixit qui bene latuit».
«Si chiama libertà, un nome forse a lei sconosciuto. A me pare una consuetudine meravigliosa».
«Deduco che lei non sia venuto qui per pregare. A proposito, so cos’è l’ateismo».
«Non prego più da anni. La religione non è libertà. Strano. Non credo che da voi ci siano atei».
«Infatti da noi gli atei non ci sono. Davvero? – esclamò la ragazza guardandolo per la prima volta negli occhi mentre diceva che da anni non pregava più -. Io prego cinque volte al giorno. Aspetti, mi spiego meglio. Mangio il pane, lavoro, vado a trovare i miei ragazzi: queste sono le mie azioni tra una preghiera e l’altra».

 
«E perché lo fa? Per vivere è sufficiente comperare il pane, andare in ufficio, mettere la benzina nella macchina, cenare con gli amici. Pregare è inutile come dipingere, in fondo, oppure no?».
«Lo faccio per legge. La mia legge si chiama «scrittura». Scritte su un libro le parole hanno un significato diverso rispetto a quelle reali. Sono come corpi che nascono dentro ai nostri corpi, non entrano né nella dimensione del tempo, né dello spazio. Forse è un concetto un po’ simile alla bellezza».
«Ma il quadro non mi obbliga ad avere una religione».
«Io credo che dipenda dal quadro. Lei che lavoro fa?».
«Il giudice».
«Cielo! Non mi ha detto di non voler ubbidire a nessuna legge?».

 
«Intendevo divina, non umana. La bellezza è una legge. L’arte imprime un significato lontano sulla vicina realtà, ma mi lascia libero di pensare come voglio. Osservi il ciondolo che porta al collo. Come avrà fatto l’artista a dipingerlo? Immagini attraverso quale movimento della mano il pittore avrà costretto il pennello per segnare un cerchio tanto perfetto. Mi immedesimo e mi sembra di ritornare al momento in cui l’uomo inventò la ruota. Vedo cinquemila automobili in corso Buenos Aires, quante ruote sono? Ma non prendo coscienza dell’attimo in cui l’uomo intuì nella sfericità uno strumento. Vedo il quadro e ringrazio con gioia il pittore».
«Lei ringrazia con gioia? Allora prega».

 

«Forse, ma lo faccio spontaneamente, non per ubbidire a una legge o a un libro. Cerchi di immaginare: una pennellata gialla, un’altra ocra, una ancora color girasole, una foglia d’oro zecchino, e tutte girano in tondo. Seguo l’artista».
«Ubbidisce a lui, dunque».

 

«Ma l’artista è stato un essere umano come me, come lei, come tutti noi. Non è stato un essere immaginario a cui sono obbligato a portare una fede in nome della quale si arriva anche ad uccidere. Si rende conto che la sua fede uccide! Non so per quale dono noi possiamo parlare insieme oggi, forse perché ci siamo incontrati in Duomo ci è possibile. Altrimenti noi, io, un uomo, lei, una donna, profondamente simili e nati per stare insieme, in teoria dovremmo essere nemici a causa del suo velo. Solo perché io sono ateo e lei ha una fede in qualcuno che non vede».
«Anche lei non vede l’artista».
«Ma posso vedere il suo quadro».
«Che è una realtà che va oltre la realtà. Ho capito giusto? Creare l’arte in un certo senso è come partorire, come se anche l’uomo potesse fare un figlio, il  Figlio dell’uomo».
«Certo, è questa la meraviglia: l’uomo creatore, ma non sembra stupita». «Perché dovrei esserlo. Conosco il dogma e il dogma e’ sapienza. Lei ama l’artista, ma il creatore ama lei?».

 

«Se mi ha donato la bellezza, sì!». Contemplò velocemente il volto della donna, ambrato come una foglia di tabacco sott’acqua, e nel riflesso liquido non gli parve d’osservarlo, ma di ricordarlo, come se l’avesse già visto. La ragazza lo scrutava.Una signora arrivò all’altare e depose un mazzo di rose e tuberose che gli richiamarono alla memoria l’odore marino, ventilato e lussureggiante, da cui avrebbe tratto piacere la sera dopo lungo la riviera, assente da Milano, immerso in qualche suo libro. Immaginò di sfogliare il libro della ragazza e sentì repulsione, ma una repulsione che lo invitava, come quando si apre una porta controvento.

«E’ qui come turista?» chiese alla ragazza.
«No, accompagno un signore molto malato. Comprendo che a lei non possa interessare la salute di un anziano».
In quel momento un vecchio si avvicinò dicendo: «Ho finito di visitare il Duomo, se vuoi possiamo andare». Non aveva mai visto un mediorientale tanto vecchio.
«Bene, signor giudice, è stata una bella conversazione, la ringrazio. Ora devo andare. So che domani festeggiate il Ferragosto, buon Ferragosto».

 
«Grazie» rispose. La osservò allontanarsi verso le grandi porte aperte della Cattedrale insieme al signore anziano, in piedi, come si scruta un sentiero caro ai nostri passi. «Però – si trovò a meditare a capo basso – non pensavo di poter conversare così con una donna di quella religione. Mia madre diceva che Milano è una fonte, soprattutto a Ferragosto, e forse aveva capito molte cose di questa città», e ancora una volta si raccolse dietro l’orecchio la ciocca più lunga dei capelli senza sentire più alcun rimprovero, al contrario una tenerezza di madre era entrata in lui, come una foglia sott’acqua. Si voltò verso le porte del Duomo, per accorgersi solo allora che, mentre la ragazza si chinava per mettere a posto il collo della camicia bianca del vecchio, il velo azzurro davanti era fermato da una spilla a forma di ciondolo. Un ciondolo d’oro, perfetto, pareva disegnato dalla mano di un artista supremo, che brillando si posò solo su un banco in un fulgore d’abisso, come un annuncio divino, per rischiararlo d’umile distinzione.

 

Elena Gaiardoni

 

18 agosto 2015

 
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  • furiodetti

    Personalmente, come insegnante, potendo scegliere, preferirei barattare qualsiasi incentivo economico con una generosa dose di fiducia nella mia professionalità. Credo ci siano poche professioni più esposte al giudizio altrui e soprattutto alla pretesa di “mettere bocca” da parte di esterni di quella del docente italiano. E baratterei volentieri ogni aumento in busta paga con uno sgravio sostanziale dagli adempimenti burocratici – collegi docenti, relazioni, modulistica – per dedicare il monte-ore di queste sempre più cavillose riunioni in ore per la didattica; esclusivamente per la didattica personalizzata.

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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