“Il Capricorno. Fucsia, la capra”. Una fiaba dell’Epifania

"Il Capricorno. Fucsia, la capra". Una fiaba dell'Epifania

Respirava la neve cadere attraverso la fessura del vetro e non pensava che a lei.

<Stupido, sono stupido! Che faccio? Ti penso, orrida, inutile capra, invece d’essere felice?>. La neve scoppiava come fuliggine bianca dai camini del cielo. Ogni presenza, anche il più tenue rumore, si svolgeva secondo i suoi desideri.
Alacre, la nevicata lo ricondusse al profumo della primavera precedente e gli sembrava  che petali di rose prendessero forma dalla trama dei nembi del ricordo. Al contrario delle sue previsioni, la trattativa per l’acquisto della baita sull’altipiano di Ortisei non era stata complicata.
<C’è solo una condizione – gli disse il vecchio proprietario -. Insieme alla baita, deve tenere anche la capra. E’ cresciuta qui e nessuno la può spostare. Sa quanto sono testarde le capre. Sono conservatrici e hanno la cocciutaggine di voler mantenere la natura delle cose uguale nel tempo. Non considerano i cambiamenti. Sono perpetue. La capra resta nella baita e una volta al mese io in persona verrò a sincerarmi che ci sia, lo farò per tutto il primo anno. Se non la troverò, mi dovrà restituire la baita> aveva decretato il vecchio proprietario.
Accetto’, ma fin dal primo giorno non fece che ricoprire la capra di insulti.

<Sei un animale inutile, sgraziato e idiota> e passavano giorni e giorni prima che le desse il minimo sguardo. La capra stava li’, nel cortile della casa in legno con i suoi occhi neri e miti, ma Luigi non li aveva ne’ mai guardati ne’ mai visti.

In primavera aveva ospitato una delle sue meravigliose donne, polpacci di quercia e spalle di betulla, così gli piacevano. In estate erano arrivati gli amici, le feste in baita, le nottate sotto il cielo stellato a godere dei piaceri della vita. Poi l’autunno. Ah, l’autunno in montagna con i suoi odori che eccitavano il palpito dell’ascolto, che lo facevano sentire ingenuo e fiero come la corteccia di un abete, un gioco intagliato bene quanto la sua pipa.
Il vecchio proprietario passava ogni mese.
<Come stai, vecchia mia? Quanto sei placida e mansueta, piccola, piccola mia! Tu non vuoi nulla di più di una piccola vita. Tieni ti ho portato un dono>.

Luigi ascoltava il vecchio proprietario parlare con la capra e lo considerava più scemo di lei. <Ogni uomo e’ l’animale che porta nel cuore e il mio sei tu> diceva l’uomo alla capretta.
Luigi s’irritava ascoltando queste parole e pensava tra se’: <Voglio proprio vedere se verrai a trovare la tua capra anche quando scenderà la neve, vecchio scemo, come si fa a voler bene a una capra?>. E la neve inizio’ a scendere in novembre, così del vecchio proprietario non si vide più neppure l’orma.
<Se credi che ti porti dentro la baita, sei un’illusa. Te ne starai fuori al ghiaccio, animale puzzolente> disse Luigi alla capra. Finché arrivo’ quel giorno, il 5 gennaio, vigilia dell’Epifania. Luigi uscì il mattino, per andare a Ortisei a comperare l’olio, il pane, la pasta, il latte, i mandarini, le noci che scarseggiavano. Nel pomeriggio era prevista una forte nevicata, per cui doveva approfittare del sole del mattino per sbrigare le poche faccende indispensabili. Mentre saliva sulla sua moto da neve diede un’occhiata sfuggente al cortile dietro la baita. Basto’ per accorgersi che la capra non c’era più.

<Sarà in un prato, la vedrò al ritorno>.

Rimase a Ortisei fino alle due del pomeriggio. Compero’ anche un bel regalo per l’amica che sarebbe dovuta essere li’ la sera dell’Epifania per restare con lui fino alla fine di gennaio.
Arrivato alla baita vide che la capra non era tornata.

<Non starò qui a preoccuparmi di un ottuso quadrupede> penso’, entrando in casa.
La signora delle pulizie stava per uscire.
<Scusi, Maria, ha visto la capra? >.
<No. Sa che lei mi stupisce. Non avrei mai pensato che avrebbe notato l’assenza della capra che manca da giorni, ormai>.
<Da giorni?>.
<Si’, sarà almeno una settimana che Fucsia se n’è andata>.
<Fucsia?>.
<Lo sanno tutti a Ortisei che la capra delle baita di Franz si chiama Fucsia>.
<Perché non me lo ha fatto notare prima che non c’era più!>.
<Non pensavo le interessasse. Non ne ha mai chiesto neppure il nome> rispose Maria.
<Si’, mi interessa, invece>.
Maria non l’ascoltava, salutandolo scherzosamente con la mano.
Luigi iniziò a guardare fuori dalla finestra, ma Fucsia non si faceva viva. Verso le tre la neve cadde secondo la previsione. Il fuoco nel camino danzava come un giullare e il profumo della tisana di bosco rotolava nella stanza come una perla d’avorio. Disteso sul divano, Luigi non riusciva a non pensare a Fucsia. Non solo, si accorse ben presto che aveva bisogno di trovare un segno della sua esistenza. Il segno di una capra: una minuta, sacra legge insinuatasi da lontano per sacrificare la sfacciataggine della sua vanità.

<E cosa posso trovare? E’ sempre vissuta in silenzio nel cortile che è sepolto dalla neve. Almeno le avessi dato da mangiare qualche volta, non so, dei biscotti, ora avrei la scatola nella dispensa e saprei che Fucsia e’ stata qui>. Che strano! Belle donne, grandi amici erano stati li’, ma all’improvviso s’accorse che di loro non gli importava più nulla. Gli importava di quell’umile, stupida, svitata capretta, che non aveva voluto andarsene dalla baita.
Telefono’ a Lidia, che sarebbe arrivata la sera dopo. Anzi, le preparò anche il bel dono dentro una calza di feltro verde e arancio. Alle quatto, nonostante la tormenta, uscì in cortile. <Se c’è, la porto in casa> decise, ma inutilmente, perché Fucsia non c’era.
Quando prese ad annusare l’odore della neve dalla fessura della finestra, Fucsia aveva smesso non solo d’essere un ricordo sgradito, ma anche solo un ricordo: era diventata la primitiva nostalgia di tutto quanto in lui e attraverso lui non era mai cominciato, delle azioni compiute senza credere in un inizio. Il collega di lavoro che non aveva aiutato, nonostante conoscesse le sue difficoltà. Laura, la donna a cui aveva promesso eterna fedeltà davanti a un altare, e che aveva lasciato dopo un solo anno di matrimonio; il viaggio che non aveva mai fatto fare a suo padre prima che morisse.
Scrutava la distesa di neve, così indistinta nella sua presente eternità, la catena di montagne curvare intorno a presunte, amene vallate a lui sconosciute, il cielo grigio tanto era candida la neve e sentiva il cuore che gli si impietriva in petto. Non era ancora giunto a pensare che Fucsia potesse essere morta e si accorse che fino a quel pensiero non poteva arrivare, senza che la sua vita perdesse una goccia di sangue sulla neve, una goccia che non si sarebbe più cancellata, come se la neve non potesse sciogliersi e la sua presente eternità si irrigidisse in un tempo che neppure l’arrivo del sole della bella stagione poteva mitigare in una risata ferita, perché in quella goccia di sangue, il suo stesso sangue, la nostalgia diventava sferzante assenza di tempo.
<Le capre sono silenziose e cocciute> gli aveva detto il vecchio proprietario.
Si verso un po’ di whisky e lo bevve, come uno che accarezza lo scafo di una barca in porto perché sa che in mezzo al mare non potrà farlo.
S’addormento’. Il mattino dopo bussarono alla porta. Era il vecchio proprietario.
Luigi lo fece entrare.
<Mi spiace, Fucsia non c’è più!> disse Luigi con gli occhi commossi.
<Spiace anche a me, ma devo mandarla via signor Luigi> rispose l’uomo.
Fece i bagagli. Gli abitanti di Ortisei lo videro andarsene nel pomeriggio, sicuri che non lo avrebbero più incontrato.
Il vecchio andò nel cortile e come al solito diede da mangiare a Fucsia, discesa, felice e baldanzosa da un monte poco lontano. <Piccola, piccola mia, ti vengo incontro animale miracoloso. Quando mai gli uomini impareranno a conoscere le montagne? Le loro montagne? E le nostre. Oggi è l’Epifania. Tutti se ne vanno, o se ne sono già andati da questo nostro presepe. A qualcuno e’ rimasta una capretta nel cuore e credo che questo sarà sufficiente per cambiare le cose. Bene, tesoro, al prossimo ospite, alla prossima Befana>.

Elena Gaiardoni

© Riproduzione Riservata
Tags

Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

Utenti online