Eutanasia di un’azalea

Eutanasia di un'azalea

La mia bambina: undici anni. Ogni sera, mettendola a letto, narrava di se stessa. Una coppia con gli anni che contano in modo diverso: invece di essere io, sua madre, che le racconta le fiabe, me le racconta lei, perché i suoi anni sono più lunghi dei miei. Un mese fa mi ha detto: mamma, tutti i miei compagni di scuola hanno paura di morire, io no.

Tu sai che i bambini parlano spesso della morte? Se non lo sai, te lo sto dicendo. Non solo ne parlano, ma la osservano e le disubbidiscono ogni giorno, come ogni giorno imparano una regola della buona educazione. Credo che quando si è ammalati come me, la vita sia un’altra storia da voi che non siete ammalati, e che anche la morte lo sia. Non sono mai morta in vita mia, ma poiché so che la mia malattia mi porterà a quello che si chiama ultimo passo, così ho imparato ascoltando gli adulti, ho pensato a un trucco bello, bello per passare.

Si è alzata ed è andata verso l’armadio. Ha preso una pianta di azalea, che aveva nascosto. Oggi – ha continuato – quando la nonna mi ha accompagnato a fare la chemioterapia ho visto questa pianta dal fioraio dell’ospedale. Le ho chiesto di regalarmela, perché voglio coltivarla. So che se fossi una delle mie amichette, mi dimenticherei di darle l’acqua. Io non lo farò.

So che se fossi una delle mie amichette, sarebbe indifferente trovare per questa pianta un posto al sole o all’ombra. Cosa importa a loro se una pianta ha un giorno di luce in più o in meno? Ho deciso che da domani andrò dal giardiniere e gli chiederò dove potrebbe essere il luogo più sano per far crescere l’azalea, perché anche i luoghi possono essere sani o malati rispetto a una pianta. Che strano! Passando da una strada mi dico: sarà sana o malata per un albero? Il mondo cambia colore se ragioni così e diventa più divertente.

Se fossi una delle mie amichette non mi accorgerei quando una foglia di questa pianta è secca. Io non lo farò, al contrario starò molto attenta, perché non voglio che la pianta soffra. In poche parole: non farò nulla per trascurare questa signorina, perché, vedi mamma, ho capito una cosa: una persona che sente la vita, non pensa di un altro essere quando e come morirà, pensa come farlo vivere al meglio nel tempo che deve fiorire. Io starò vicina alla mia pianta e alla sua vita finché non fiorirà. Non mi bastano le foglie. Sono curiosa dei suoi fiori. L’ho presa coi boccioli chiusi come i pistacchi proprio per questa ragione.

Mamma, io vorrei che tutte le persone si comportassero con me è con gli altri come io con questa pianta. Che curassero le mie foglie, togliessero quelle secche e mi mettessero, mentre sono viva, nel posto che è sano per me. Mi dessero i sorrisi come io do l’acqua nel sottovaso, mi cercassero il luogo in cui io sento diventare il mio cuore più verde, mi togliessero le foglie secche. Ma soprattutto vorrei che di me aspettassero il fiore. Il mio fiore, che è diverso dal tuo, da quello di papa’ di Elisa, e di Stella, perché anche i cani fanno i fiori. Se un giorno questa pianta si ammalerà, io farò il possibile per salvarla. Ma se lei si ammalerà così profondamente da non assorbire più acqua, perché io dovrei continuare a dargliela? Mamma, promettimi che se un giorno tu vedrai che le foglie di questa azalea saranno secche, tu non le darai più acqua perché altrimenti non morirà soltanto, marcirà. Io so di morire, ma non voglio morire marcia. Le piante non hanno la parola, dobbiamo ascoltarle e ci dicono che le abbiamo ascoltate quando fioriscono. Anche io voglio essere ascoltata.

L’azalea è sulla scrivania. Non ha neppure una fogliolina marrone, tutte sono smeraldo. I fiori bianchi, come la seta delle sottovesti. Mia figlia è morta. Anche lei non aveva nessuna foglia secca. Non l’ho mai vista così viva, come quando ho ammirato le sue palpebre chiuse, bianche, come cucchiaini pieni di panna montata. Ora so tutto sulle azalee. Sono un bravo giardiniere, come la morte, che non fa marcire i corpi, ma è giusto che se li porti via quando hanno ancora una foglia verde, e forse un fiore. Mia figlia è morta così.

Elena Gaiardoni

© Riproduzione Riservata
Tags
Commenti
  • Elena Adriana Papa

    Beppe sei mitico!

Mostra più commenti

Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

Utenti online