E se le elezioni americane le vincesse un gatto?

E se le elezioni americane le vincesse un gatto?

Cantami o Musa, questa storia di Usa e fusa. Che elezioni, a-mici! Non crediate che Oltreoceano si sguinzagliano gli artigli della sfida, le zampate del duello alla rinfusa. Ascoltiamo l’opinione di un esperto: <Usa le mani ed abbiale libere. Che un gatto inguantato non piglia topi>. Niente guanti ma unghie di velluto, ordunque, e temerari agguati, anzi, agguatti! Parola del presidente americano Benjamin Franklin, autore di tale consiglio non solo sul concetto di libero mercato nell’impresa, ma anche di libertà stessa, intesa in senso politico tucur. Se lo ripeschiamo come un pesce, è per invogliare quel <gatto> dentro la metafora a uscire fuori allo scoperto, perché in questo giorni l’account Twitter EmrgencyKittens lo ha beccato, pubblicando un micio bianco e nero seduto proprio sulla storica poltrona della scrivania alla casa Bianca. Americani e inglesi sono molto più avanzati di noi nella concezione degli animali: no, non più avanzati, diciamo che, sviluppando il senso di civiltà, non hanno inibito l’istinto animale, in questo caso quello felino, tra tutti il più arguto, diplomatico e futuro.

Gli animali nei luoghi pubblici sono un argomento sensibile, visti gli spot lanciati in questi giorni da Purina per incentivare tutti a portare sul luogo di lavoro il proprio pet. Ricordiamo che al quotidiano <Libero>, il giornalista Oscar Giannino teneva un micio in grado di dare una lezione di buone maniere allo stesso vicedirettore, che un giorno lo cacciò non proprio con cortesia dal suo ufficio e ovviamente il giorno dopo il gatto rispose con altrettanta cortesia, defecando nell’ufficio del vice, perché si è sempre un vice quando c’è di mezzo un gatto. Nessuno ti insegna a essere politico più del piccolo, felpato Felix, che non manca mai di farti notare che la tua libertà finisce laddove intralci la libertà degli altri, principio su cui si fonda il corpo di una democrazia forte e un corretto andare di corpo.

Molti presidenti americani sono passati alla storia, oltre che per il loro operato, anche perché furono gattari, gattofili, gattocrati – sappiate che la gattocrazia è un sistema atavico e in fieri nello stesso tempo -, First Man di punto e rispetto come Abraham Lincoln, Theodore Roosevelt e John Kennedy. Uno dei più eccentrici custodi dei mici-astri fu il repubblicano Calvin Coolidge, President dal 1923 al p1929. La sua passione per gli animali è fiabesca. Trasformò la White House in un’Arca di Noè. Era perso per un ippopotamo pigmeo, un orso grizzly, un asino a cui aveva dato il nome di Ebeneezer come il protagonista del romanzo di Dickens, un’oca e persino per una femmina di procione chiamata Rebecca. Ma Blackie, Tiger e Bounder furono i diletti, tre paia di vibrisse che non disdegnavano per fare le fusa di accomodarsi sulla celebre poltrona di pelle nera sul tappeto blu, paradiso di unghie. Furono protagonisti di parecchie avventure, soprattutto Tiger. Un giorno il micio trovò la porta aperta e ne approfittò per accontentare la sua proverbiale curiosità. Per un gatto non esiste casa bianca o casa nera, o almeno come intendiamo noi la differenza, e questo potrebbe essere il primo articolo della costituzione gattocratica. Tiger sparì oltre il giardino di quell’umile casupola, forse per copulare come fanno tutti i gatti del mondo. Coolidge si disperò al punto da diramare per radio un appello, supplicando i cittadini di Washington di dargli una mano a ritrovarlo. Alla fine il First Cat venne riportato all’ovile ovale sano e salvo. In un’occasione si sfiorò l’incidente diplomatico. Durante una colazione con alcuni ospiti di particolare riguardo, Coolidge versò il caffè dalla tazza in un piattino e vi aggiunse un po’ di latte e zucchero. Pensando che quello fosse il modo un po’ originale del Presidente di bere il caffè, gli ospiti lo imitarono, sebbene a disagio. Presero la tazza e versarono il contenuto nel piattino. Il Presidente a quel punto li guardò sorpreso e divertito. Scosse la testa, afferrò la piccola stoviglia  con il caffè, la mise delicatamente a terra, e Tiger scodinzolò fino al suo abituale caffettino del mattino. Coolidge amava i suoi tre canarini, Nip, Tuck e Caruso. Il giornalista del <Washington Post> Bascom Timmons andava spesso alla Casa Bianca a trovare il Presidente, del quale era diventato il confidente, e ogni volta portava con sé il gatto Timmie, grande amico di Caruso.

Dopo di lui molti altri mici entrarono nella sala ovale, uno è addirittura attualmente candidato. Si chiama Limberbutt, di Louisville, un soriano di cinque anni, in corsa dall’anno scorso con una lista tra i democratici del Kentucky. Quando si parla di mici le liste non finiscono mai. Tra i tanti, c’e Stubbs, un rosso che dal 1997 è il sindaco di Talkeetna, in Alaska, poi il main coon Hanke, che nel 2012 è arrivato terzo con oltre 7 mila voti nella corsa al posto di senatore della Virginia. Ma poi, eccola!, Marina, la gatta sindaco di casa nostra, nel Comune di Gravellona Lomellina. Limberbutt, intanto,continua a crederci. Il suo slogan è Meow is the time, «Miaora è il momento giusto». Hillary e Donald sono sull’attenti! Le fusa in Usa non sono da sottovalutare.

Molti americani non sanno chi votare. Su Twitter migliaia sono i mi piace e i retweet per il micio bianco e nero seduto sullo scranno più potente del mondo, vederlo lì infonde pace. Se vince lui, la saggezza è assicurata. Larry, il gatto del numero 10 di Downing Street, lo sa. E soprattutto: antichi Faraoni docent!

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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