Addio alla giornalista di Sky Tg24 Letizia Leviti, il suo toccante ultimo messaggio ai colleghi

Addio alla giornalista di Sky Tg24 Letizia Leviti, il suo toccante ultimo messaggio ai colleghi

«E il naufragar m’è dolce in questo mare». E’ il verso conclusivo dell’«Infinito» di Giacomo Leopardi a venirci in mente ascoltando l’ultimo messaggio della giornalista di Sky Letizia Leviti. Poesia e giornalismo: quanto di più distante? L’una che entra in un chicco di grano per scoperchiare l’universo, l’altro che rincorre l’effetto-notizia divoratore di denaro.

Inaspettatamente è proprio una giornalista a scrivere una sincera pagina di poesia. Scritta a voce, perché Letizia Leviti ha consegnato all’oralità il suo saluto, un «arrivederci» lieto e sicuro al confine con la morte che per lei non è nemica, ma come direbbe San Francesco, sorella. Senza che lo potessimo sospettare, questo volto della tv ci ha amati, e si congeda con noi con un testamento, degno delle più alte rime d’amore vergate in disarmante semplicità, stile con cui oggi più nessun poeta scrive.

Letizia sembra presa da incantamento e dice che starà sempre con noi, in questa nostra barca dalla quale pur deve allontanarsi con intenerita nostalgia e appresa sapienza: lo dichiara senza retorica, con fine armonia, titanica grazia, e d’improvviso questo mondo, che proprio a causa dei media è diventato un mercato spaccato in un formicaio di banchi d’affari che si rincorrono sulle rotte di sorci, ritorna ad essere un mondo compatto. Nelle sue parole l’umanità si ricompone linda come una costellazione, geometria dalle forme perfette, grazie a un messaggio che dalla voce trae il diletto innocente e il fato inginocchiato del mito.

Un mito che ci fa sentire tutti insieme una sola persona, commossi come se piangessimo lacrime di farfalle, guerrieri di coraggio nel saluto che noi con slancio sentiamo di dare a lei, mentre caldamente ci parla come se stesse già ravvivando al cospetto degli angeli il fuoco sulla luna, che da oggi in poi, ogni sera, ogni giorno, per molti di noi avrà la dolcezza di una voce.

<La vita non possiamo deciderla noi>. Letizia Leviti ci lascia un gigantesco messaggio di vita e di morte insieme, quello di cui abbiamo bisogno proprio in questi tempi in cui la nostra fasulla brama di un’esistenza senza vecchiaia e senza fine viene giustamente intaccata da macchie oscure, feroci, grottesche di morti tragiche tra noi che cacciamo Pokemon e come Pokemon veniamo falciati, in una guerra che non è uno scontro meccanico tra bene e male, come crediamo, ma uno condizione dell’essere che ci mette in guardia, mandandoci questa Messaggera, una giornalista.

<Ma sono grata a Dio per quanto mi ha dato, perché ho avuto tutto quanto potevo desiderare, anzi di più>. Che meraviglia. Lo shopping al banco della felicità di Letizia non ha più nessun desiderio, no, lei non muore nell’attaccamento di vivere ancora perché l’esistenza non è una sete senza fine. Questa donna, mentre lavorava nei luoghi di guerra e accudiva la famiglia, ha bevuto l’ambrosia della vita e ne è stata appagata. Non ne vuole un sorso di più, ne vuole uno in meno, e quella goccia rimanente la lascia a noi, che dobbiamo ancora scalare l’Olimpo del divino Amore in forma di Rosa.

Amore, Dio, famiglia, bambini, mamma: sono nomi strani da pronunciare, paiono segni arcaici di un’umanità che non c’è più, che vuole eliminare la parola <madre> come se le parole non avessero alle spalle secoli di poesia. Letizia scandisce questi segni come note imprescindibili per un’armonia dell’esistere scolpita sulla roccia dell’Eden. «E il naufragar m’è dolce in questo mare». Grazie Letizia, la tua poesia fiorisce come una siepe oltre la quale abbiamo rivisto l’immensità, felici di annegare il pensiero, l’intelletto, la logica, la ragione, stupiti di scorgere quanto la verità sia ancora in grado di portare la luna tra i nostri piedi di bimbi come una palla incantata, lucente, donna, e in quanto donna, possente, da smuovere la calda marea della nostra vivente, vivente nella vita, oltre la morte, umile commozione di essere.

 

Elena Gaiardoni

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Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

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