“Acquario. Il cane Puck”. Un racconto dedicato alle donne di Colonia

"Acquario. Il cane Puck". Un racconto dedicato alle donne di Colonia

Un racconto dedicato alle donne di Colonia e alle donne che a Colonia saranno il 4 febbraio.

 

«Perché non gli fai una carezza? Forza, una carezza, non c’è nulla di così difficile».

Sì invece che è difficile, un cane è un essere ibrido, sì ha un corpo come noi, ma no, non è il corpo, non ha nulla a che vedere con il nostro corpo. Gli animali non mi sono mai piaciuti e ora sono qui. Colpa di mia madre. Fai un lavoro particolare, spesso sei fuori la notte, il mondo non è sicuro, guarda quanta violenza sulle donne, il femminicidio, e allora prenditi almeno un cane che ti protegga.

I miei incubi notturni sono animali che mi avvinghiano e mi sento trascinata in una cava primordiale, dove la paura mi fustiga come una dannazione gridata dal vento. La mia amica Amelia ha avuto un’idea geniale. Da bambina raccoglieva cagnolini per la strada. Li portava a casa ammalati e spenti, li curava fino a che non avevano il pelo come quello di un visone. Li salvava. Ora ha aperto un centro. «Donna: l’amicizia di un cane ti salva». Undici pastori tedeschi in una villa appena fuori Milano. Sono tutti suoi, ma se una donna, che non vuole o non può tenere un cane, sa di dover affrontare una circostanza pericolosa, può frequentare uno dei pastori di Amelia, diventarne amica e quando ha bisogno del cane prenderlo per un giorno, un fine settimana, un mese, per poi riportarlo a lei.

«Resta lontano» osservo.

«Sente la tua diffidenza ma gli piaci, credimi. Ti guarda come un bambino. Si chiama Puck» risponde Amelia.

E’ bello, nulla da obiettare. Ha due occhi che paiono due biglie del cuore di un cerbiatto, due pupille francescane tanto sono dolci e umide di gioia di vivere. «Ciao Puck, mi chiamo Claudia» e faccio un passo verso di lui. Aspetta con impazienza la mia mano. Accucciandomi, gli accarezzo una zampa, perché per istinto mi viene questo gesto. Puck avvicina il muso alla mia testa e, mentre mi sfiora, percepisco un suono come se pronunciasse il suo nome in un lingua riservata a me. C’è una forza che mi accudisce in questo involucro creatosi tra noi. Per tre volte sono andata a bere il tè da Amelia nell’autunno caldo di emozioni e di colori, e Puck mi è stato vicino. Non l’ho più toccato, ma non ha mai smesso di sussurrarmi il suo nome. Non mi impose mai il suo corpo, ma un suono, che strano, pensavo, un suono, quasi che i nostri corpi potessero essere uguali in una vibrazione scaturita dal silenzio. Sono tornata tre volte, l’idea di Amelia è sana ma non fa per me.

Nel ristorante c’è una ragazza che tiene un barboncino color liquirizia sulla seggiola vicino alla sua. Le candele nella sera sono vivaci e carezzevoli, come per incanto ritorno a magioni antiche e ricordo che oggi è il giorno della candelora. Il 2 febbraio. Mia nonna lo festeggiava: Maria, purificata dai quaranta giorni trascorsi dal parto di un figlio maschio, porta Gesù al tempio. Ma cosa può importare in questo momento? I miei ospiti sono due manager che vengono da Singapore: devo chiudere l’accordo. Mi vede un amico, si alza, s’avvicina: «Ciao Claudia, sempre affascinante». Ne sono consapevole, nel mio abito di chiffon nero con lo scollo profilato di raso bianco, le mie scarpe dal tacco a spillo di un marrone più scuro della terra, le calze velate dello stesso colore. Chiudo l’accordo.

L’ora è tarda, Milano non si muove. San Babila è deserta e, più è deserta, più splende. Sono felice di essere donna, sono felice di essere sola, più sono sola e più sono donna. «Chi credi di essere?». La voce è terribile, la mano sulla bocca mi soffoca e quella già sulle mie cosce mi seppellisce, come gli animali nei miei sogni. L’uomo mi sussurra parole all’orecchio con un tono che mi umilia. Sono nei miei incubi; non mi avvinghiano bestie, bensì un uomo, all’improvviso, come se fosse sbucato dai sotterranei della città per trascinarmi dove le città ancora non sono mai state costruite. «Se gridi ti ammazzo» minaccia, togliendomi la mano dalla bocca, mentre con tutte le sue forze cerca di buttarmi per terra. Cado in ginocchio, mentre mi afferra i capelli. Mi dà un pugno in mezzo alle scapole, non so come ma riesco a togliermi le scarpe e a fuggire. Dove?

Corro verso la vasca d’acqua, mi pare che sia un vaso, il vaso di un acquario che mi può proteggere, in cui posso entrare, la fontana: se ora fossi la donna di prima, di ieri, sarebbe una dolce vita. Ma sono una bestia anche io nel momento in cui la violenza spiana gli argini della differenza tra me e lo sconosciuto, perché ha il potere di farci conoscere in un corpo che non è corpo, è come il minotauro: l’uomo è il mostro e io, la mia testa, le spalle, il seno, il ventre, le gambe, le caviglie, le mani sono la polvere di un labirinto minato che permette al mostro di apparire nel caos della sua testa, le spalle, il seno, il ventre, le gambe, le caviglie, le mani. Ma ti ho partorito io, lo sai, figlio maschio. Perché vuoi apparire mostro attraverso l’offesa di tua madre, forse non conosci più il tuo nome da lei pronunciato nel tempio, come nemmeno un cane fa?

L’acqua è gelida. La mano di lui riesce a prendermi i capelli ancora una volta, me li strappa, mi afferra la testa e la butta sott’acqua, mentre sbrindella il mio abito. Sono nuda, è osceno sentirsi nudi quando non vuoi esserlo, quando sono proprio gli abiti a fare del tuo corpo l’espressione di una natura superiore che ti fa partecipe di una realtà decorata. Anche lui è quasi nudo. La sua nudità non è naturale, è ibrida, appartiene a un altro corpo, non a quella di un uomo, perché nessuno dei due cerca la nudità dell’altro, entrambe pretendiamo una macchina di cellule per sbranare le membra all’aria come fossero pezzi di animali macellati. Siamo nudi, ma nessuno di noi due è un essere umano. Ho bisogno di sentire una nudità che non sa d’essere nuda, devo evocare l’innocenza per salvarmi, e grido con tutta la mia voce: «Puck!». L’uomo mi stringe la gola e avverto un suo terrore, come se avesse paura di quel nome sconosciuto. «Puck! Puck!». Mi butta ancora la testa sott’acqua, mentre mi prende a calci. Un pastore tedesco entra nella vasca a San Babila e s’avventa contro l’uomo.

Quando riprendo coscienza sono sulla barella dell’ambulanza. «Puck!». Dice questo la mia voce, fuori, da qualche parte, forse è rimasta in mezzo alla fontana e deve ancora trovare il modo di tornare da me. Intanto un’altra voce racconta: «Sono un clochard e vivo col mio cane sotto i portici di San Babila. E’ stata Ayala a sentire le grida, il mio pastore tedesco. Ha iniziato a guaire e l’ho lasciata libera. L’ho rincorsa e ho visto quell’uomo che cercava di violentare la donna in mezzo alla fontana. Ayala l’ha azzannato». «Puck!» pronuncio ancora, e poi mi addormento sentendo che accarezzo una zampa. Il muso di un pastore tedesco si china sul mio capo a dirmi il suo nome, perché il silenzio degli animali è nudo come è bello e nudo il piacere quando presenti all’altro il tuo desiderio come una candela.

© Riproduzione Riservata
Tags

Elena Gaiardoni

Elena Gaiardoni. Una sola parola: scrivere. Scrivere e’ amore. Inizio a scrivere nel giardino di mia madre ancora bambina. I fiori sono le mie prime pagine. La passione per la scrittura si discioglie da sempre in due rivi, apparentemente inconciliabili, ma dei quali cerco un’unica sorgente con entusiasmo e non senza sofferenza: la scrittura letteraria e la scrittura giornalistica. Laureata in Lettere e filosofia all’Università di Padova con una tesi sulla Phone’ di Carmelo Bene, che ho seguito per tre anni, intraprendo il giornalismo per necessità ma convinta di una cosa: un vero scrittore non si chiude in aula o in studio, ma come Conrad s’imbarca sulle navi e solca il mare della vita con umile curiosità. La redazione e’ la mia nave. Quest’anno ho pubblicato Il pianto di Camilla, edito da Marcianum Press.

Utenti online